Covid e non solo nelle prospettive del commercio internazionale del dopo pandemia

Le pandemie accelerano i processi di cambiamento e non tutti i risvolti sono positivi. Sulle prospettive del commercio internazionale, ad esempio, aleggiano molte variabili, alcune delle quali potrebbero trovare linfa proprio dagli effetti del covid-19.

La peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione. Lo ripete ancora una volta l’IFM, a pochi giorni dal rilascio dell’Oulook di giugno. Una crisi che porterà nel 2020 tutte le economie, avanzate od emergenti che siano, a confrontarsi con crescita negativa, disoccupazione e povertà.

La pandemia tra le sue caratteristiche ha quella di accelerare i cambiamenti latenti nella società. Una spinta che può essere sia positiva, ad esempio in termini di innovazione tecnologica, sia negativa. Ed in quest’ultimo caso il pensiero va a due ambiti particolarmente delicati: il commercio internazionale e l’occupazione. Del mercato del lavoro ci occuperemo domani, oggi facciamo qualche riflessione sulle prospettive del commercio internazionale nel dopo pandemia.

Il più recente rapporto sul commercio globale, firmato dal WTO, è di aprile. In estrema sintesi il documento stima che il volume degli scambi internazionali subirà una contrazione nel 2020 compresa ta il 13% ed il 32%. Nello scenario più pessimistico la flessione dovuta alla pandemia potrebbe avere ripercussioni sul trend di lungo periodo.

Syed Kamall, dell’Institute of Economic Affairs, prova ad immaginare come sarà il commercio internazionale nell’era post covid-19 e ricorda che, oltre alla pandemina, molte sono le variabili che pesano sulla salute degli scambi globali. Dall’intricata vicenda WTO, di fatto incapace da molti mesi di poter svolgere il suo ruolo di arbitro delle controversie internazionali, ai difficili rapporti tra alcuni dei più importanti paesi. La questione USA-Cina; l’altrettanto complicata trattativa tra Europa e Stati Uniti; infine la non meno delicata questione Brexit.

L’assenza di un arbitro con pieni poteri non può che lasciare campo libero ai “giocatori”. Tradotto, questo potrebbe significare un uso sempre più politico di accordi commerciali e tariffe. Basti pensare solo a due recenti episodi. In Aprile il primo ministro australiano Scott Morrison chiede ufficialmente che sia fatta un’indagine internazionale per scoprire le origini del COV-SARS2. La Cina, ritenendo la richiesta un atto ostile verso il proprio paese, reagisce a stretto giro imponendo tariffe monstre sull’orzo austrialiano e bloccando le importazioni di carne. Altro episodio nel corso della trattativa tra Stati Uniti e Cina, con quest’ultima ad alzare le tariffe sulle importazioni di aragoste dagli USA ed abbassarle contemporaneamente per l’importazione di quelle canadesi. Un uso strumetale degli scambi internazionali che vede molto spesso proprio la Cina protagonista, con in ballo il suo 12% di competenza sul commercio globale.

Ma, ricorda Kamall, anche la tecnologia potrebbe influire, e non poco, sugli scambi internazionali. L’IEA riporta uno studio ING secondo il quale, tra il 2040 ed il 2060, le stampanti 3D potrebbero realizzare quasi la metà dell’output manifatturiero. Questo significherebbe, prosegue lo studio, una riduzione degli scambi internazionali di beni manifatturieri tra il 23% ed il 40%.

La pandemia ha messo a nudo tutte le fragilità del sistema di scambi internazionali che ha sostenuto la crescita economica dal 2010 ad oggi. Allo stesso tempo molti governi, stante l’impotenza indotta del WTO, stanno intraprendendo la pericolosa strada del protezionismo, molto spesso ricorrendo all’arma delle tariffe per forzare le trattative sugli accordi commerciali. In questo quadro le prospettive del commercio internazionale appaiono indebolite. Servirebbe un robusto sforzo multilaterale e gli esempi da seguire non mancano; come il recente accordo di aprile fra 46 paesi per il libero scambio di beni agricoli ed alimentari.

Foto di Franck Barske

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