Giovani e investimenti. Troppo rischio nel “social trading”

La finanza è sbarcata nel mondo delle applicazioni e dei social avvicinando al trading ed agli investimenti una platea di giovani fino a poco tempo fa confinati ai libretti di risparmio. Una ricerca della Financial Conduct Authority (FCA) traccia un quadro poco confortante delle conseguenze di questo cambiamento.

La tecnologia ed i social media non hanno confini e stanno delineando nuovi profili anche a settori ed attività che si presumeva, evidentemente per pregiudizio, impermeabili a certe tendenze. Il mondo degli investimenti e della finanza è sicuramente uno di questi. L’arrivo sul mercato di applicazioni come RobinHood e la svolta social impressa da piattaforme come reddit, stanno cambiando il modo di interfacciarsi con l’investitore – il che è per molti aspetti un bene – ma al tempo stesso possono abbassare l’asticella della percezione del rischio, sostituendo alla parte matematica e razionale, un’eccessiva spinta emozionale nelle scelte di investimento, circostanza che porta ad utilizzare strumenti caratterizzati da alta volatilità, come le criptovalute e le valute in genere, o a dimenticare completamente il concetto di diversificazione.

Su questi temi ha voluto indagare l’autorità di vigilanza inglese, la Financial Conduct Authority (FCA), che ha commissionato un sondaggio e riassunto i risultati in un report pubblicato nei giorni scorsi. Dal sondaggio emerge un rapporto tra giovani e investimenti nel quale la componente di rischio è spesso e volentieri sottovalutata.

La FCA evidenzia che mercati come quello delle criptovalute e del forex, caratterizzati di un alto livello di rischio, intercettano una vasta platea di giovani investitori. Il 59% di questi dichiara che una perdita consistente nei propri investimenti avrebbe ripercussioni pesanti sulla propria vita attuale o futura.

Ancora più preoccupante il quadro delle motivazioni dell’investimento. Nel 38% del campione intervistato, ragioni funzionali come la necessità di crearsi una rendita pensionistica o di proteggere il capitale dall’inflazione, non trovano spazio nelle prime posizioni della classifica dei motivi che spingono ad investire. Nelle risposte emergono spesso il piacere derivante dal brivido della scommessa, ma anche fattori prettamente social come la necessità di condividere i propri spavaldi successi finanziari, in un mix di ricerca di approvazione e nutrimento del proprio ego (il 78% degli intervistati dichiara di sapere decidere il momento in cui entrare od uscire da un investimento).

In questa specie di “social trading” emergono necessità tipicamente da marketing, come ad esempio l’investire in una società per senso di appartenenza o perchè “di tendenza” in quel momento. Per certi versi anche il fenomeno delle SPAC sembra attraversato da questa frenesia da trend topic. Basta curiosare la lista delle nuove SPAC per capire quanto il nome del promotore rappresenti molto, se non tutto, per il successo del progetto.

Ora, sappiamo bene che non si può fermare il vento con le mani e a fare i Don Chisciotte contro i mulini a vento si fa ben magra figura. Il fenomeno c’è e va gestito, non combattuto. Il rapporto tra giovani ed investimenti è tema di fondamentale importanza, specie in un mondo nel quale la mano pubblica, in termini di welfare, sarà sempre più debole ed affaticata. Serve dare più peso all’educazione finanziaria. E la scuola, in questo, dovrebbe avere un ruolo fondamentale.

Foto di StockSnap

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