Le domande improvvise. Cos’è la politica fiscale?

La BCE la invoca da molto tempo. I governi, per ora più a parole, si dicono pronti a metterla in campo per stimolare la crescita. Stiamo parlando della politica fiscale. Si, ma cos’è esattamente?

Per influenzare l’attività economica di un paese esistono due strumenti: la politica monetaria e la politica fiscale. Della prima abbiamo ampiamente parlato. Abbiamo anche spesso fatto riferimento al rapporto tra i due strumenti. Forse, però, è bene soffermarci un attimo a capire cosa significhi l’espressione politica fiscale.

Possiamo definirla come una serie di azioni, poste in atto dal governo di un paese, tese ad intervenire sulla spesa pubblica e sul livello di tasse raccolte per:

  • Stimolare la domanda aggregata.
  • Ridistribuire redditi e ricchezza tra i vari segmenti della popolazione
  • Ridistribuire risorse tra i vari settori ed attori economici.

Tutti e tre gli obiettivi hanno a che fare con la crescita economica di un paese. La domanda aggregata, vale a dire quanto intendono spendere consumatori ed imprese, è componente fondamentale della ricchezza prodotta.

Un taglio delle imposte sui redditi o sui consumi aumenta il reddito disponibile e – unito ad una politica monetaria espansiva – può stimolare un aumento dei consumi. Un piano di investimenti pubblici, quindi un aumento della spesa pubblica, può creare posti di lavoro, aumentare il reddito disponibile ed influire, infine, sui consumi. Una politica di sgravi fiscali sul lavoro o sul reddito d’impresa può generare un aumento dei profitti e, se veicolati nel modo giusto, questi possono a loro volta trasformarsi in maggiori investimenti privati.

In tutti questi esempi la politica fiscale decide di “spostare” risorse, pubbliche o private, fra fasce di popolazione e settori, incidendo sulla capacità di consumo dei cittadini.

La politica fiscale, come quella monetaria, può agire non solo in ottica espansiva, come descritto nei paragrafi precedenti, ma può utilizzare i propri strumenti per “raffreddare” un’economia che tenda a surriscaldarsi (prezzi e salari che salgono troppo, ad esempio). In questo senso la politica fiscale ha un ruolo di stabilizzatore economico. In sintesi: se l’economia va male diventa (o dovrebbe diventare) espansiva, se l’economia si surriscalda diventa (o dovrebbe diventare) restrittiva.

La variabile da indagare per capire se un governo sta attuando una politica fiscale espansiva o restrittiva è il bilancio statale. Più in particolare la presenza e la dinamica dei surplus o dei deficit di bilancio.

Il bilancio non è altro che il confronto fra entrate ed uscite annue di uno stato. Se le prime superano le seconde saremo in presenza di un surplus di bilancio; viceversa se le uscite superano le entrate avremo un deficit di bilancio.

Un paese che presenti una tendenza alla riduzione del deficit o all’aumento del surplus di bilancio sta verosimilmente attuando una politica fiscale restrittiva. Viceversa saremo in una fase espansiva delle politiche fiscali quando il surplus tenderà a diminuire o il deficit ad aumentare.

La politica fiscale prevede degli automatismi che la rendono capace di adattarsi all’andamento dell’economia, espandendosi in fase di rallentamento economico e diventando più “severa” in fase di espansione del ciclo economico. Sono i cosiddetti stabilizzatori automatici e funzionano, semplificando, così. In una fase di rallentamento dell’economia avremo una riduzione dell’occupazione alla quale sarà associato, in automatico, l’aumento della spesa pubblica attraverso i cosiddetti ammortizzatori sociali e i sussidi alla disoccupazione. In una fase di espansione economica un sistema di tassazione progressivo farà si che scatti in automatico un aumento del gettito fiscale.

La capacità della politica fiscale di modificare la domanda aggregata può essere limitata da diverse problematiche. La prima è senza dubbio quella relativa al rapporto tra gestione del bilancio e debito pubblico. Un paese con un alto debito pubblico avrà molto meno spazio di manovra espansiva rispetto ad un paese con un debito pubblico sostenibile. Poi c’è un problema di tempi di attuazione. Sappiamo bene che dalla decisione all’applicazione di un provvedimento governativo trascorre solitamente un certo periodo di attesa. Per la loro natura, poi, anche gli effetti delle decisioni di politica fiscale dovranno essere valutati su orizzonti temporale che, a volte, possono superare quelli di una o più fasi del ciclo economico. Infine esiste un problema elettorale, legato al grado di consenso/dissenso che operazioni di politica fiscale possono suscitare nei cittadini e che può “diluire” la portata di alcuni provvedimenti, giungendo a volte anche a bloccarli.

Foto di Angelo Giordano

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