BCE, Fed e le altre. La supplenza della politica economica non può durare in eterno

Poche ore e sapremo quali sono le decisione della BCE per fronteggiare la fase di fiacca dell’economia europea. Ma l’istituto diretto da Mario Draghi non è solo sulla strada dei tassi bassi o negativi. Una vera e propria supplenza della politica monetaria rispetto alla politica fiscale.

Da Francoforte continuano, anche in queste ultime ore, ad arrivare segnali contrastanti. C’è chi assicura che tra gli strumenti che Draghi annuncerà nel primo pomeriggio ci sarà anche la ripresa del QE; altri sostengono che il board su questo punto è molto diviso e la decisione dovrebbe essere spostata verso fine anno. Quello che resta certo è che i tassi di interesse sono destinati ad abbassarsi ulteriormente. Quello sui depositi dovrebbe raggiungere la soglia di -0,5%. Politica monetaria ultra espansiva, iniezione di liquidità per sostenere l’economia.

Ma l’istituto centrale europeo non è una mosca bianca nel panorama internazionale. L’atteggiamento dovish (da colombe) è quello dominante. Australia e Corea del Sud sono le ultime banche centrali ad aver annunciato la volontà di intraprendere o di proseguire una politica di riduzione del costo del denaro. Negli USA, dopo la correzione di luglio, ci si attende un altro taglio dei tassi già entro settembre, mentre Trump continua a punzecchiare Powell. “I tassi dovrebbero essere a zero o negativi”, sostiene l’inquilino della Casa Bianca, accusando la FED di essere una zavorra, rafforzando il dollaro, per la crescita economica del paese.

Ma i tassi negativi non sono una normalità. Pagare per prestare denaro non è normale. In questi giorni grandi gruppi bancari stanno lanciando allarmi sulla sostenibilità a medio termine per banche di rendimenti negativi, mentre molti economisti sottolineano come l’inflazione pare non rispondere alle cure. Allora viene da chiedersi se è un bene o un male proseguire su questa strada.

Prima di tutto occorre capire il perchè ci si è ritrovati in questa situazione. Per farlo citiamo un interessante studio condotto da Hites Ahir, Davide Furceri (IFM) e Nick Bloom (Stanford University). I ricercatori hanno setacciato gli archivi dell’Economist Intelligence Unit alla caccia di report legati al commercio internazionale contenenti parole come incertezza e simili. Su questi dati è stato costruito un indice, il World Trade Uncertainty Index. Il risultato, prevedibile nell’andamento ma non nella consistenza, è che a partire dal terzo trimestre del 2018 l’indice si è impennato per tutti le principali economie mondiali. Un comportamento mai visto, nemmeno nelle precedenti crisi finanziarie e che i ricercatori collegano in maniera stretta al ritorno del protezionismo, esemplificato dalla guerra dei dazi tra USA e Cina. Uno studio condotto dalla FED dimostra come, nel solo primo trimestre del 2019, l’incertezza sul commercio internazionale si sia mangiata quasi un punto percentuale di crescita globale.

Mentre le principali banche centrali erano pronte a riprendere il normale assetto della politica monetaria, lo scoppio della guerra commerciale, accentuando alcune criticità già presenti, ha riportato l’economia mondiale in emergenza. E gli istituti centrali si sono visti costretti ad invertire la rotta. Una costrizione che deriva anche dall’assenza di una adeguata risposta delle istituzioni politiche e che si è trasformata in una vera e propria supplenza della politica monetaria rispetto alla mancanza di interventi di politica fiscale. Draghi e Powell lo vanno dicendo da mesi: la politica monetaria da sola non può risolvere il problema della crescita, può tenere bassa la febbre ma per la guarigione è necessario agire sul virus che mina l’organismo.

Nella sua recente presa di posizione, la banca centrale australiana si è detta pronta ad abbassare il costo del denaro e ad attivare anche strumenti non convenziali se la politica non interverrà con uno stimolo fiscale.

Summers e Stansbury, in un bell’articolo pubblicato su Project Sindacate, sostengono che le banche centrali, invece di continuare nella loro politica monetaria ultra espansiva, dovrebbero ammettere l’impotenza della leva monetaria di fronte alla fase dell’economia mondiale, costringendo la politica a prendersi le sue responsabilità. L’esperienza giapponese prima e quella europea ora dimostrano che i livelli di inflazione non sempre si riescono a risollevare pompando liquidità nel sistema. Nel lungo periodo una politica monetaria espansiva può portare paradossalmente ad una situazione di deflazione (la famosa trappola di liquidità) e la deflazione non fa rima con crescita.

La supplenza della politica monetaria non può durare in eterno. Serve un piano di stimoli fiscali (investimenti in infrastrutture, incentivare gli investimenti privati, ridurre la pressione fiscale), serve che l’economia torni a camminare sulle proprie gambe, su consumi che crescono e su aziende che investono. Questo genera profitti sostenibili e profitti sostenibili generano crescita dei mercati finanziari sostenibile.

Foto di Kerstin Herrmann

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