L’eredità di un decennio. Ecco i trend di lungo periodo a cui guardare

Il 2019 che si sta per chiudere è stato dominato dalle tensioni commerciali, incarnate nell’estenuante negoziato tra USA e Cina e dall’intricata vicenda Brexit. Ma il 2019 rappresenta anche la chiusura di un decennio che lascia in eredità, fra le tante cose, alcuni trend di lungo periodo con i quali gli investitori dovranno fare i conti negli anni 20 del 21° secolo.

Quando si parla di trend di lungo periodo non si può non iniziare dal più importante: il cambiamento climatico. Alla modificazione del clima ed ai suoi effetti economici abbiamo dedicato diversi post in occasione della prima settimana del COP25.

Esistono tuttavia altri trend di lungo periodo degni di nota per le loro implicazioni. A ricordarceli è una bella infografica realizzata dalla società di consulenza McKinsey. Sulla base delle ricerche condotte negli ultimi anni, gli analisti dell’istituto di ricerca americano hanno individuato alcuni fenomeni in divenire, capaci di trasformare molti aspetti dell’economia nei prossimi anni. Vediamone alcuni.

La globalizzazione sta cambiando?

La risposta è si. La globalizzazione sta entrando in una nuova fase nella quale avrà un ruolo fondamentale il settore dei servizi. I mutamenti registrati nell’andamento del commercio internazionale non sono soltanto legati ad un tentativo di ritorno al protezionismo applicato da alcuni paesi. C’è qualcosa di più profondo. in 10 anni, dal 2007 al 2017 le esportazioni di beni sono scese, in percentuale sul PIL globale, dell’1,2%. I servizi sono aumentati dello 0.4%. Per alcune categorie di beni i cui volumi di scambio continuano a crescere, ci sono servizi che crescono con velocità triplicata.

Dati e servizi, sottolinea McKinsey, stanno generando valore che spesso non viene registrato dagli indicatori tradizionali di ricchezza.

In questo passaggio da economie basate sui beni prodotti (la crisi del manifatturiero non è solo congiunturale) ad economie nelle quali servizi e dati sono la principale fonte di creazione della ricchezza, muta anche il lavoro. La crisi della bassa specializzazione ha ridotto l’incidenza del costo del lavoro sul prezzo dei beni. A dispetto di quanto si creda, ad oggi, il costo del lavoro è un fattore determinante solo per il 18% dei beni scambiati.

L’Asia è il nuovo ombelico del mondo

Le economie asiatiche sono in forte crescita. Crescono gli scambi commerciali ed i consumi. Un trend in controtendenza rispetto alle economie del vecchio continente ed agli Stati Uniti. In questo contesto due giganti stanno cambiando pelle. La Cina guida la crescita economia asiatica ma sta cambiando rapidamente il suo atteggiamento nei confronti degli altri paesi. Se l’interesse per Pechino da parte delle principali economie mondiali cresce senza sosta da inizio millennio, la Cina, da dieci anni a questa parte, sta riducendo la sua integrazione con il resto del mondo.

L’India, l’altro grande gigante asiatico, sta rapidamente diventando il primo paese per digitalizzazione della popolazione. Questo significa, da un lato, potenziale di crescita per il paese, dall’altro opportunità di business per i player del settore (ecommerce su tutti).

Lavoro tra automazione e concentrazione territoriale

L’infografica di McKinsey ci dice qualcosa di molto interessante anche sui trend di lungo periodo del lavoro. Da un lato si assiste, in primis negli USA, ad una sorta di concentrazione territoriale dei talenti. Poche aree geografiche hanno la maggiore concentrazione di lavoratori ad alta specializzazione e quindi maggiori potenzialità di crescita futura dell’occupazione. Questo crea significative disuguaglianze all’interno di singoli stati.

Contemporaneamente l’automazione sta erodendo posti di lavoro. Un fenomeno che colpisce sia uomini che donne ma con quest’ultime che affrontano ulteriori barriere di accesso al mercato del lavoro.

La percentuale di PIL che viene ridistribuita come retribuzione del lavoro è in declino, sia nelle economie avanzate che – meno – in quelle emergenti. Dal 54% del 1980 si è passati al 50.5% del 2014. Questo significa un trend decrescente dei redditi e della capacità di spesa con le conseguenze evidenti sulla crescita delle economie e delle disuguaglianze sociali.

La concentrazione dei profitti e le zombie firms

Negli ultimi 20 anni, dice McKinsey, i profitti si sono concentrati sul 10% delle società con un fatturato superiore al milione di dollari. In media questa ristretta cerchia di società è passata da 800 milioni di dollari di profitti nel 1997 a 1,6 miliardi nel 2016. Un aumento di 1,6 volte.

Se il 90% delle società con fatturato superiore al milione di dollari genera profitti o pareggia i costi, esiste un residuo 10% che brucia risorse e lo fa ad un ritmo simile ai profitti generati dalle società citate ne paragrafo precedente. Le perdite di questo gruppo di società è passato dai -1,02 miliardi di dollari del 1997 al -1,56 miliardi di dollari del 2014.

Tra queste molte sono zombie firms, società che rimangono in piedi pur essendo in perdita. Il fenomeno, in intensificazione negli ultimi decenni, rischia di subire ulteriori accelerazioni per la persistenza di tassi di interesse troppo bassi.

Il mondo sta affrontando anni di profondi cambiamenti, l’economia non può che mutare con esso. Compito della politica è guidare questi cambiamenti rendendoli sostenibili e limitando la crescita delle disuguaglianze. Anche gli investitori sono chiamati a farsi carico di questi stravolgimenti, attraverso decisioni consapevoli che possano influenzare le scelte strategiche di società e governi.

Un nuovo anno ed un decennio di grandi sfide ci attende. Dal 7 gennaio saremo di nuovo qui a provare a raccontare qualcosa di tutto questo. Ora è il momento di una breve pausa. E’ stato un anno di grande crescita per Ekonomia, un sincero grazie a tutti voi ed un caloroso augurio di Buone Feste.

Foto di Gerd Altmann

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