Lo scorso 2 aprile, in occasione del primo anniversario del Liberation Day, abbiamo analizzato come i dazi imposti dall’amministrazione USA nel corso del 2025 abbiano attraversato in modo diseguale prezzi, commercio e crescita, lasciando aperti molti interrogativi sulla reale efficacia della strategia tariffaria americana. A distanza di pochi giorni, un nuovo tassello si aggiunge al quadro: uno studio della Federal Reserve quantifica per la prima volta con rigore econometrico l’impatto effettivo di quei dazi sui prezzi al consumo.
Lo studio appare ancora più interessante alla luce delle ultiche dichiarazioni del Segretario al Tesoro statunitense. In un evento pubblico Scott Bessent ha dichiarato che i dazi potrebbero tornare ai livelli precedenti alla decisione della Corte Suprema già entro l’inizio di luglio. Bessent ha rassicurato che la Sezione 301 — già testata in sede giudiziaria — fornirà un’adeguata base giuridica. E ha aggiunto, con tono ottimista, che l’economia americana è in buona forma, che l’inflazione core continua a scendere e che i tassi di interesse «dovrebbero scendere ancora». Ma proprio sulla questione dell’inflazione, però, i numeri raccolti dalla Fed raccontano una storia diversa; e c’entrano i dazi.
Vediamo allora questi nuovi numeri. I ricercatori della Federal Reserve Robert Minton, Madeleine Ray e Mariano Somale hanno pubblicato qualche giorno fa sul sito della banca centrale americana una nota dal titolo «Detecting Tariff Effects on Consumer Prices in Real Time – Part II», aggiornamento di un’analisi avviata nel 2025. Si tratta di un lavoro metodologicamente sofisticato, che incrocia i dati mensili dei prezzi PCE (Personal Consumption Expenditures) con una stima teorica precisa degli effetti attesi dalle tariffe su 59 categorie di beni, calcolata a partire dalle tabelle di input-output del BEA e dai flussi commerciali per prodotto e paese di origine.
La conclusione principale è piuttosto netta: i dazi implementati nel 2025 fino a novembre hanno aumentato i prezzi dei beni core di consumo del 3,1% entro febbraio 2026, spiegando interamente l’eccesso di inflazione nella categoria dei beni core rispetto ai livelli pre-pandemia. In termini di indice PCE complessivo, l’effetto si traduce in un aumento di 0,8 punti percentuali.
Il meccanismo è quello atteso: quando le tariffe aumentano il costo di acquisizione di un bene di un dollaro, i rivenditori lo trasferiscono integralmente sul prezzo finale al consumatore. Lo studio stima che questo trasferimento avvenga in maniera graduale — solo la metà dell’effetto si manifesta nei primi tre mesi — ma che dopo sette mesi il pass-through risulta sostanzialmente completo. In altre parole, il consumatore americano ha già pagato l’intera “bolletta tariffaria” del 2025.
Lo studio analizza 26 distinte misure tariffarie adottate tra febbraio e novembre 2025, dalla prima tornata di dazi sulla Cina per motivazioni legate al fentanyl, alle tariffe reciprocali di aprile, fino agli accordi parziali con UE, Giappone e Corea del Sud. L’effetto maggiore è stato prodotto dai dazi sulla Cina e sull’Asia in generale, che incidono su ampie categorie di beni di consumo. La riduzione di 10 punti percentuali sui dazi cinesi decisa a novembre 2025 ha parzialmente attenuato l’impatto complessivo: senza quella correzione, l’effetto cumulato sull’indice PCE core avrebbe raggiunto lo 0,9% anziché lo 0,8%.
Gli autori sottolineano anche una differenza rispetto alle tariffe 2018-2019 sull’importazione dalla Cina: il pass-through attuale è risultato più lento e meno intenso rispetto all’episodio precedente, un segnale che le imprese hanno in parte assorbito i costi almeno nella fase iniziale, prima di traslare l’onere sui prezzi finali.
Lo studio della Fed contrasta con la narrazione di Bessent sull’inflazione core in discesa. Quel calo c’è si stato, ma è avvenuto nonostante i dazi e grazie ad altri fattori deflattivi (prezzi energetici, normalizzazione post-pandemia, calo della domanda). Depurando i dati dall’effetto dazi, i prezzi dei beni core sarebbero tornati già vicino ai livelli pre-pandemia. In altri termini: l’inflazione è scesa ma sarebbe stata ancora più bassa senza i dazi.
Con la prospettiva di una reintroduzione delle tariffe entro luglio 2026 tramite le indagini della Sezione 301, il quadro si complica ulteriormente. Lo studio non copre gli effetti delle misure post-febbraio 2026 — tra cui la sentenza della Corte Suprema e le sue conseguenze — ma la metodologia sviluppata, dichiarano gli autori, rimane applicabile. Nuovi aggiornamenti sono attesi con ogni nuova tornata di dati sull’inflazione.
Illustrazione di Gerd Altmann





