Lavori (e donne) non retribuiti. Così l’economia perde efficienza

Nel mondo la metà dei lavori che vengono svolti da uomini e, in larga parte da donne, sono lavori non retribuiti. Un fenomeno, analizzato dal Fondo Monetario Internazionale, che crea disuguaglianze e riduce l’efficienza delle economie.

Accudire i figli o gli anziani in famiglia, cucinare, pulire casa, fare la spesa. Nel mondo circa la metà delle attività lavorative sono lavori non retribuiti come quelli appena citati. Lavori che, nella maggior parte dei casi, vengono svolti da donne e che uno studio del Fondo Monetario Internazionale addita tra le cause della scarsa produttività e della fatica a crescere di molte economie.

Un recente articolo apparso sul blog dell’FMI e che porta, tra le altre, la firma della neo direttrice Kristalina Georgieva, cita alcuni numeri che da soli danno l’idea del fenomeno. Innanzitutto il peso dei lavori non retribuiti sul PIL. Pur nella difficoltà di attribuire un valore di mercato a tali attività, il Fondo stima un peso che varia dal 10% al 60% del Prodotto Interno Lordo.

L’incidenza del lavori non retribuiti tende a scendere nelle economie con forti tassi di crescita ed in genere dove c’è un aumento dell’occupazione femminile. Il perchè è presto detto: la maggior parte dei lavori non retribuiti è svolta, infatti, dalle donne.

In questo senso sono abbastanza netti i dati delle ore di lavoro non retribuito per sesso. La media dell’FMI ci dice che in un giorno una donna esegue lavori non retribuiti per 4,4 ore, un uomo per sole 1,7 ore. Un dato che varia, e di molto, tra i vari paesi. In Norvegia il gap donna-uomo è ridotto (3,7 ore contro 3), in Egitto, estremo opposto, l’uomo contribuisce solo per 35 minuti contro le 5,4 ore di lavoro delle donne.

Il Fondo sottolinea come i lavori non retribuiti costituiscano una chiara inefficienza delle economie mondiali; limitando le persone, in stragrande maggioranza donne, a svolgere attività a bassa produttività ed impedendo che il loro potenziale si esprima appieno nel mercato del lavoro.

Dedicarsi a questo tipo di attività può essere una scelta, ma questo è vero sono nella minoranza dei casi. Mancanza di infrastrutture, mancanza di politiche dedicate o convinzioni sociali costringono le persone a svolgere questi ruoli. Emblematico il dato UNICEF sull’approvigionamento d’acqua. A livello mondiale le donne spendono 200 milioni di ore al giorno semplicemente per reperire acqua. In India le donne impiegano un’ora al giorno per la raccolta di legna da ardere. Numeri impressionanti che, sostiene il FMI, sottolineano l’importanza degli investimenti in infrastrutture (acquedotti, elettrificazione) per liberare le donne da questi veri e propri gioghi.

Ma i governi possono e devono fare di più anche sotto altri aspetti. L’educazione, ad esempio. In molti paesi le bambine non possono andare a scuola, 130 milioni in tutto il mondo secondo l’UNESCO. Anche un mercato del lavoro più flessibile può fare molto per ridurre questa inefficienza, anche attraverso una politica equilibrata di congedi parentali. Persino la rete (internet) può venire in aiuto, ad esempio incentivando lo smart working.

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