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C’è un portafoglio che sta facendo il suo record dal 1933. È la formula 25/25/25/25

Azioni, obbligazioni, liquidità e materie prime in parti uguali: una formula elementare che nel 2026 sta surclassando il classico portafoglio 60/40 come non accadeva da quasi un secolo

25-25-25-25. No, non si tratta di uno degli esilaranti schemi calcistici di Oronzo Canà, sono le percentuali della composizione di un portafoglio che sta registrando il suo miglior anno dal lontano 1933.

Azioni, obbligazioni, liquidità e materie prime in parti uguali: una formula elementare che nel 2026 sta surclassando il classico portafoglio 60/40 come non accadeva da quasi un secolo. La ragione è più strutturale di quanto sembri.

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Bank of America lo chiama il portafoglio «sleep like a baby» — e nel 2026 sta mettendo a segno il suo miglior rendimento dal 1933.

Secondo Michael Hartnett, chief investment strategist della banca americana, la formula 25/25/25/25 corre a un passo annualizzato del 26% dall’inizio dell’anno. Si tratta al contempo della terza migliore sovraperformance rispetto al classico portafoglio 60/40 su un arco storico di cento anni — un risultato che non è frutto di un’intuizione brillante, ma dell’assenza deliberata di intuizioni brillanti.

Per comprendere il momento storico occorre guardare alle poche occasioni precedenti in cui questa formula aveva prodotto un divario così netto rispetto al portafoglio tradizionale. Nel 1933 l’economia americana si stava faticosamente riprendendo dalla Grande Depressione; nel 1946 l’inflazione del dopoguerra aveva eroso i rendimenti obbligazionari; nel 1973 era l’embargo petrolifero e l’avvio della stagflazione a fare da sfondo. Tre episodi apparentemente lontani, ma accomunati da un elemento preciso: il regime economico era cambiato, e le obbligazioni — anziché compensare le perdite azionarie come da manuale — stavano cedendo anch’esse.

Il 2026 ricalca questa sequenza. Il conflitto militare che ha coinvolto gli Stati Uniti e l’Iran a partire dalla fine di febbraio ha provocato la chiusura dello Stretto di Hormuz, cui l’Agenzia internazionale per l’energia ha attribuito la definizione di «maggiore sfida alla sicurezza energetica globale nella storia». Il petrolio americano ha guadagnato oltre il 60% dall’inizio dell’anno. I timori di stagflazione — crescita in rallentamento, inflazione alimentata dall’energia e dai dazi — hanno riportato sul palcoscenico uno scenario che sembrava archiviato.

Nel 2022, in una situazione per molti versi analoga, le obbligazioni erano scese insieme alle azioni, infliggendo perdite superiori al 20% su entrambe le gambe del portafoglio 60/40. Chi deteneva solo quei due asset non aveva dove rifugiarsi. Il portafoglio 25/25/25/25, invece, include due componenti costruite esplicitamente per assorbire questo tipo di shock: la liquidità, che ha continuato a remunerare grazie ai tassi della Federal Reserve fermi su livelli elevati, e le materie prime, che nel 2026 hanno catalizzato i flussi di chi cercava protezione dall’inflazione e dall’incertezza geopolitica.

All’interno del paniere delle materie prime, l’oro ha rappresentato il contributo più visibile, con un guadagno di circa il 31% dall’inizio dell’anno. È un risultato che mette in luce una contraddizione diffusa: secondo i dati di Bank of America, i clienti privati detengono in media appena lo 0,4% del loro portafoglio in oro — una quota così marginale da non poter essere il frutto di una scelta consapevole, ma piuttosto di una semplice assenza di attenzione al tema. La maggior parte degli investitori non ha ignorato le materie prime perché le ha analizzate e scartate: le ha ignorate perché i portafogli standard, costruiti su modelli consolidati negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, non le contemplavano.

In quel contesto storico — bassa inflazione, tassi in discesa, mercati azionari in espansione quasi ininterrotta — l’oro e le commodity in generale erano percepiti come scommesse speculative, non come componenti strutturali di un portafoglio bilanciato. Il 2026 sta mettendo in discussione quella convinzione. Hartnett sostiene che le materie prime dovrebbero beneficiare del contesto geopolitico e macroeconomico per i prossimi anni, man mano che gli investitori cercano protezione contro l’inflazione, il rischio e un dollaro strutturalmente più debole.

Il punto forse più controintuitivo riguarda il profilo di rischio. Nelle settimane più acute del conflitto in Medio Oriente, con il petrolio che schizzava verso l’alto e le borse oscillavano violentemente, questo portafoglio ha continuato a muoversi con una stabilità strutturale difficile da spiegare guardando i singoli componenti.

I dati storici sul Permanent Portfolio — la formulazione originale dell’investitore americano Harry Browne da cui la versione BofA discende direttamente — lo illustrano con precisione. Negli ultimi trent’anni, la strategia ha prodotto un rendimento annuo composto del 7,03% con una deviazione standard del 6,82%, subendo un drawdown massimo di circa il 16%, recuperato in meno di due anni. Per confronto, il portafoglio 60/40 ha registrato una perdita massima del 34% nella crisi del 2009, con un tempo di recupero superiore a 400 sessioni di borsa.

Il meccanismo è quello della bassa correlazione tra le quattro componenti: in recessione tendono a salire le obbligazioni, in inflazione le materie prime, in deflazione regge il cash, in espansione corrono le azioni. Nella crisi finanziaria del 2008 il portafoglio perse soltanto il 2,4%, contro il -37% dell’S&P 500; durante lo scoppio della bolla dot-com tra il 2000 e il 2002, guadagnò l’8,4% annuo mentre l’indice azionario americano cedeva il 49% in tre anni. Su base storica la sua volatilità è risultata inferiore alla metà di quella dell’S&P 500, con un drawdown massimo nella crisi del 2008 pari a circa un terzo di quello dell’indice azionario.

Tutto ciò rimanda a una questione più ampia, che il risultato del 2026 contribuisce a rendere urgente. Il modello 60/40 è stato costruito sull’assunzione implicita che azioni e obbligazioni si muovano in direzioni opposte quando i mercati entrano in crisi. Questa assunzione ha funzionato per decenni, ma è dipesa da un regime specifico — bassa inflazione, tassi in calo — che non è più garantito. Il tema è abbastanza condiviso da coinvolgere anche altre grandi istituzioni: Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, ha scritto nella sua lettera annuale che il portafoglio 60/40 «potrebbe non rappresentare più pienamente una vera diversificazione», proponendo una componente del 20% in asset reali come infrastrutture, immobiliare e credito privato. La tesi di Hartnett e quella di Fink partono da premesse diverse ma convergono sullo stesso punto: due sole asset class non bastano più.

Resta un avvertimento che lo stesso Hartnett non omette. Il rendimento del 26% del 2026 è un’eccezione storica, non un risultato ordinario. Guerra nel 1946, pace nel 1953, bolla speculativa nel 2000, stagflazione nel 1974 e nel 1980: ogni lungo ciclo di rendimenti eccezionali si è chiuso con un episodio acuto di volatilità. La struttura del portafoglio è progettata per assorbire quegli episodi meglio di qualsiasi strategia a due soli asset. Non è costruita, però, per evitarli.

Foto di yatsusimnetcojp

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