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Perdere il lavoro per colpa dell’IA: le conseguenze potrebbero essere permanenti

Cosa significa perdere il lavoro perchè sostituiti dall’IA? Uno studio di Goldman Sachs analizza gli effetti su stipendio, carriera, e scelte di vita.

Torniamo sul rapporto tra intelligenza artificiale e occupazione, un tema su cui nelle ultime settimane abbiamo pubblicato più di un contributo. Non è una scelta monotematica: è la convinzione, sempre più radicata, che questo sia uno dei nodi strutturali destinati a dominare il dibattito economico dei prossimi anni. La grande crisi geopolitica occupa ancora le prime pagine, e probabilmente le occuperà a lungo. Ma non è difficile immaginare che, man mano che lo shock si sedimenta — e che le sue conseguenze sull’energia, sui prezzi e sulla crescita iniziano a farsi sentire — sarà proprio la pressione dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro a emergere come il vero market mover dei prossimi anni. Ecco perché continuiamo a seguire questo tema, anche quando l’agenda quotidiana sembra portare altrove.

Oggi il punto di partenza è un’analisi pubblicata dagli economisti di Goldman Sachs Pierfrancesco Mei e Jessica Rindels, ripresa da Investopedia, che si occupa di una domanda apparentemente semplice ma dalle implicazioni profonde: cosa succede, concretamente, a chi perde il lavoro a causa di un cambiamento tecnologico? Non in teoria, non nei modelli macroeconomici, ma nella vita reale di una persona — il suo stipendio, la sua carriera, le sue scelte di vita.

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Per rispondere, i due economisti non hanno guardato all’IA di oggi, ma alle onde tecnologiche del passato. Il metodo è quello della storia come laboratorio: analizzare cosa è accaduto ai lavoratori colpiti da precedenti ondate di automazione e innovazione, per trarne indicazioni su ciò che potrebbe accadere a chi si troverà nella stessa situazione nei prossimi anni, con l’intelligenza artificiale al posto delle tecnologie di ieri.

I risultati sono chiari e, per certi versi, più preoccupanti di quanto il dibattito corrente lasci intendere. Chi perde il lavoro per ragioni tecnologiche impiega in media un mese in più a trovarne uno nuovo rispetto a chi subisce un licenziamento ordinario. Quando lo trova, la retribuzione reale è in media del 3% inferiore a quella dei colleghi rimasti al lavoro — probabilmente perché il cambiamento tecnologico ha eroso il valore delle competenze acquisite nel tempo. Ma il dato più significativo riguarda il lungo periodo: nell’arco di dieci anni, i lavoratori colpiti da un licenziamento tecnologico vedono la propria busta paga crescere di 10 punti percentuali in meno rispetto a chi non è mai stato licenziato, e di 5 punti percentuali in meno rispetto a chi ha perso il lavoro per ragioni non tecnologiche. Non è uno svantaggio temporaneo: è una cicatrice che resta.

Le conseguenze non si fermano alla sfera professionale. Tra i lavoratori tra i 25 e i 35 anni, chi è stato colpito da un licenziamento tecnologico mostra probabilità più basse di acquistare una casa o di formare una famiglia. Lo shock lavorativo si traduce, in altre parole, in uno shock di vita. E gli effetti peggiorano sensibilmente quando il licenziamento avviene durante una recessione — una combinazione, quest’ultima, tutt’altro che improbabile se l’automazione accelerasse proprio nei momenti di maggiore difficoltà economica.

C’è però una nota di relativo ottimismo: i lavoratori più giovani sembrano adattarsi meglio. Chi si trova all’inizio della carriera ha mostrato storicamente una maggiore capacità di riconvertirsi, cambiare occupazione e aggiornare le proprie competenze. È un dato che va un po’ controcorrente rispetto alla narrativa dominante, secondo cui sono proprio i giovani i più esposti alla concorrenza dell’IA: almeno guardando al passato, la flessibilità dell’inizio carriera si è rivelata una risorsa preziosa.

Goldman Sachs stima che, se le promesse dell’intelligenza artificiale verranno mantenute, nei prossimi dieci anni tra il 6% e il 7% dei lavoratori potrebbe essere spostato dall’automazione. Una quota che, applicata alle dimensioni attuali del mercato del lavoro, equivale a decine di milioni di persone a livello globale. Il messaggio che emerge dalla ricerca è che il problema non è solo quanti posti si perderanno, ma di che tipo di perdita si tratterà: non uno scossone passeggero, ma uno spostamento potenzialmente permanente. Una ragione in più per affrontare il tema con la seri.

Illustrazione di Rosy / Bad Homburg / Germany

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