Ogni anno l’Economist Intelligence Unit pubblica il suo Democracy Index, una delle misurazioni più citate al mondo sullo stato della democrazia globale. L’edizione 2025 — pubblicata nelle scorse settimane — porta una notizia inattesa: dopo otto anni di declino ininterrotto, il trend si è invertito. La media globale è salita da 5,17 a 5,19 punti su una scala di dieci, uno degli aumenti più significativi dal 2012. Quasi tre quarti dei 167 paesi e territori monitorati hanno mantenuto o migliorato il proprio punteggio.
Non si tratta di una svolta epocale: il progresso è contenuto, e il livello assoluto dell’indice rimane basso rispetto ai valori di inizio misurazione nel 2006. Ma in un contesto in cui altri strumenti di rilevazione — come il Freedom House e il progetto V-Dem — continuano a segnalare un deterioramento, la stabilizzazione rilevata dall’EIU è comunque degna di attenzione. Come ha dichiarato Constance Hunter, chief economist dell’EIU, i paesi che si collocano più in alto nell’indice mostrano sistematicamente un rischio operativo più basso: il rispetto dello stato di diritto e la tutela dei diritti di proprietà, ha ricordato, sono da tempo riconosciuti dagli economisti come fattori che sostengono la crescita economica. La democrazia, in altri termini, non è solo un valore in sé: è anche un indicatore di affidabilità istituzionale.
La geografia del miglioramento è precisa. Il dinamismo maggiore si è registrato nella fascia centrale della classifica, tra le democrazie difettose e i regimi ibridi. La regione più migliorata nell’ultimo anno è stata l’America Latina e i Caraibi: dopo nove anni di declino, più della metà dei paesi della regione ha visto salire i propri punteggi, grazie soprattutto a un aumento della partecipazione politica. Romania, Malawi, Senegal e Paraguay sono passati dalla categoria dei regimi ibridi a quella delle democrazie difettose. La Francia è rientrata nel gruppo delle democrazie piene dopo la parentesi dell’anno precedente. Il Canada, classificato al nono posto con un balzo di quasi 0,4 punti, ha registrato la sua affluenza alle urne più alta in trent’anni: l’EIU attribuisce esplicitamente questo risultato a una mobilitazione civica in risposta alle politiche dell’amministrazione Trump.
In cima alla classifica, poco è cambiato: la Norvegia mantiene il primo posto per il sedicesimo anno consecutivo, seguita dalla Nuova Zelanda e dai paesi nordici. In fondo, il quadro rimane immobile: i regimi autoritari governano il 39,2% della popolazione mondiale e mostrano una resistenza strutturale al cambiamento.
Il caso più commentato, però, riguarda gli Stati Uniti. Il paese è sceso dal 28° al 34° posto, con un calo di 0,2 punti che ha portato il punteggio da 7,85 a 7,65. Washington rimane nella categoria delle democrazie difettose — una classificazione in cui si trova dal 2016 — ma il margine di distanza dalla soglia inferiore si è ridotto ulteriormente. L’EIU cita tra le cause principali i tagli al personale e i licenziamenti politicamente motivati nell’amministrazione pubblica, le indulto verso i partecipanti all’assalto al Congresso del gennaio 2021, e quello che il rapporto descrive come un uso straordinario delle forze di polizia federale contro specifici gruppi etnici e razziali senza adeguata motivazione giudiziaria. Sono stati penalizzati soprattutto due sottoindici: il funzionamento del governo e le libertà civili.
Il contrasto con il Canada, salito mentre il vicino scendeva, non è passato inosservato. L’EIU legge entrambi i movimenti come due facce della stessa dinamica: la polarizzazione politica indotta dall’attuale presidenza americana ha prodotto, altrove, una reazione civica e istituzionale che ha rafforzato la partecipazione democratica. Il deficit democratico di Washington, in un certo senso, ha alimentato la domanda di democrazia nel resto del mondo.
Foto di Denis Hiza



