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Spesa per la difesa e crescita: i costi di lungo periodo del riarmo

Spesa per la difesa e crescita: i costi di lungo periodo del riarmo

Il riarmo come un’opportunità economica oltre che una necessità strategica? Uno studio ci ricorda che ogni euro in spesa per la difesa genera tra sessanta centesimi e un euro di output aggiuntivo nel breve periodo. Si tratta di effetti positivi, ma modesti, e in parte già compensati dall’effetto di spiazzamento sugli investimenti privati.

Nel giugno 2025, al Vertice NATO dell’Aia, i 32 paesi membri dell’Alleanza hanno assunto un impegno storico: portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035, di cui 3,5% destinato alle spese militari in senso stretto e 1,5% a spese di sicurezza correlate. È un salto che appare vertiginoso se si considera che, nel 2023, la media europea si attestava appena all’1,3% del PIL. Anche il confronto con gli Stati Uniti, che già destinano circa il 2,9% del loro PIL alla difesa, dà la misura di quanto sia profonda la lacuna da colmare.

L’impulso a questo riarmo viene da più direzioni: l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, la pressione esercitata dall’amministrazione Trump sull’autonomia strategica europea, il deterioramento del quadro geopolitico globale. Da allora, molti governi hanno già avviato aumenti significativi dei bilanci militari, spesso finanziati in deficit grazie all’attivazione delle clausole di flessibilità previste dal Patto di Stabilità europeo. Diciassette paesi dell’Unione hanno già ottenuto deroghe temporanee che consentono di incrementare la spesa militare fino all’1,5% del PIL aggiuntivo tra il 2025 e il 2028.

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In questo contesto, si è diffusa con forza una narrazione che dipinge il riarmo come un’opportunità economica oltre che una necessità strategica: più spesa militare significherebbe più commesse per l’industria, più occupazione, più crescita. È un argomento politicamente conveniente, capace di ammorbidire l’impatto di scelte di bilancio dolorose. Ma è anche un argomento che merita di essere esaminato con rigore.

Un recente studio pubblicato dal CEPR, a firma di Conigrave e Shin (2026), offre un’analisi utile al dibattito. I moltiplicatori fiscali della spesa militare — la misura dell’incremento del PIL generato da un aumento di un’unità di spesa pubblica — si collocano tipicamente in un intervallo compreso tra 0,6 e 1. In termini concreti: ogni euro speso in difesa genera tra sessanta centesimi e un euro di output aggiuntivo nel breve periodo. Si tratta di effetti positivi, ma modesti, e in parte già compensati dall’effetto di spiazzamento sugli investimenti privati, che tendono a ridursi quando lo Stato aumenta la domanda in settori dove le risorse sono limitate.

Nel breve termine, specie in economie con capacità produttiva inutilizzata — come la Germania, che dispone di ampia capacità industriale nell’industria manifatturiera legata alla difesa — gli acquisti militari finanziati a debito possono effettivamente sostenere la domanda e avvicinare l’economia al suo potenziale produttivo. Ma la stessa ricerca avverte: i benefici tendono a ridursi nel tempo, man mano che le pressioni sui prezzi aumentano, i tassi di interesse salgono e i governi sono costretti ad avviare correzioni fiscali per rientrare dai disavanzi accumulati.

Nel lungo periodo, le incognite si moltiplicano. Se l’aumento della spesa militare erode altre voci di investimento pubblico — istruzione, ricerca, infrastrutture — il saldo netto in termini di crescita può diventare negativo. La ricerca storica mostra che i periodi di forte riarmo sono spesso seguiti da aumenti del carico fiscale, con effetti depressivi sulle prospettive di lungo periodo. Inoltre, il mercato del lavoro è già teso in molti settori: la difesa rischia di sottrarre forza lavoro qualificata ad altri comparti produttivi, amplificando le tensioni salariali senza generare un reale ampliamento della base produttiva.

Un altro nodo critico riguarda la composizione della spesa. Non tutta la spesa militare è uguale dal punto di vista economico. Gli acquisti di armamenti importati, in particolare, hanno un effetto sul PIL domestico molto più limitato, perché una quota significativa del valore prodotto va a beneficio di altri paesi. Per fare un confronto: nel 2024, la spesa europea in ricerca e sviluppo militare ammontava a soli 13 miliardi di euro, pari allo 0,07% del PIL dell’Unione, contro i 149 miliardi di dollari degli Stati Uniti, equivalenti allo 0,51% del loro PIL. Eppure è proprio la ricerca e lo sviluppo a generare i benefici economici più duraturi: innovazione, spillover tecnologici verso il settore privato, incremento della produttività nel lungo periodo.

Ciò che emerge, in definitiva, è un quadro complesso. Il riarmo è una risposta comprensibile a un contesto di sicurezza deteriorato, e qualche beneficio economico di breve termine è plausibile — a patto che le economie abbiano margine di capacità inutilizzata e che il debito aggiuntivo sia percepito come sostenibile dai mercati. Ma chi lo presenta come un volano di crescita strutturale semplifica in modo pericoloso. La difesa non è investimento produttivo nel senso economico del termine: non amplia il capitale disponibile per le generazioni future, non genera esternalità positive diffuse e non porta con sé le stesse ricadute di lungo periodo che derivano dall’istruzione, dalla ricerca civile o dalle infrastrutture.

Il conto del riarmo arriverà. La domanda è chi lo pagherà e quando. Farsi trovare preparati — con strategie di bilancio credibili e scelte di spesa oculate, privilegiando R&D e cooperazione europea rispetto ai semplici acquisti di equipaggiamento — è la condizione per non trasformare una risposta a un’emergenza di sicurezza in un danno economico di lungo periodo.

Foto di Military_Material

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