La carica dei buyback

Le operazioni di riacquisto di azioni proprie, il cosiddetto buyback, raggiungeranno nel 2019, solo negli USA, il valore di 1 trilione di dollari. Un andazzo che ha contagiato anche l’Europa e che nasconde alcune insidie.

Tecnicamente il buyback si configura come un’operazione di riacquisto di azioni messa in atto da una società quotata. Perchè una società riacquista le proprie azioni? In genere l’operazione viene compiuta quando la società dispone di molta liquidità e decide di destinarla alla remunerazione degli azionisti. Per farlo acquista le proprie azioni sul mercato e cede la liquidità extra agli investitori. Allo stesso tempo aumenta il valore delle azioni rimanenti facendone alzare il prezzo. Si tratta sostanzialmente di un sistema alternativo alla distribuzione dei dividendi. Inoltre, parlando di una analisi di Goldman Sachs, avevamo annotato come il riacquisto di azioni sia anche un sistema per far rendere la liquidità aziendale che, in periodi di tassi bassissimi, non conviene lasciar parcheggiata in depositi o strumenti monetari.

I numeri delle operazioni di buyback messe a segno tra l’anno scorso e quest’anno sono notevoli. Come riporta il sito valori.it il fenomeno ha connotati globali. Nel 2019, oltre al trilione di dollari previsto negli USA, si possono contare già oltre 250 miliardi di dollari di riacquisto azioni proprie tra Europa, Giappone ed Asia. Con la Cina che ha visto, nel 2018, un aumento di oltre il 500% delle operazioni di buyback rispetto all’anno precedente.

E’ proprio tutta liquidità extra da distribuire, quest’oceano di denaro scambiato per azioni? Certo, veniamo da un periodo di crescita molto lungo, con i profitti aziendali in crescita per oltre un lustro ed è normale attendersi che le riserve di cash si siano gonfiate. Ora, con prospettive di utili in calo, appare legittimo che le aziende decidano di mantenere alto l’umore dei propri azionisti, sfruttando la liquidità per sostenere i prezzi (ed i multipli di mercato) e bilanciare la diminuzione dei dividendi.

Ci sono però due fattori che fanno riflettere. Il primo è lo stretto legame esistente tra buyback e stock option. Il buyback è utilizzato anche per raccimolare pacchetti azionari da cedere ai dipendenti che abbiano un’opzione di acquisto (la stock option). Statisticamente il ricorso al riacquisto di azioni proprie diventa più probabile quando si verifica un aumento della quota di stock option esercitabili dai manager della società.

Il secondo fattore che fa riflettere è la tendenza, almeno sul mercato americano, a ricorrere all’indebitamento per effettuare operazioni di riacquisto. Uno studio di Yardeni Research rileva come, nel 2018, il 56% delle operazioni di riacquisto azioni proprie sia stato fatto utilizzando prestiti obbligazionari o altri strumenti di debito. Operazione di certo incentivata dai tassi di interesse molto bassi, ma che nasconde un altro dato, non incoraggiante: le aziende impiegano più soldi per le operazioni di riacquisto che per gli investimenti.

Se quindi è vero che molte aziende cercano, anche attraverso il buyback, di mantenere alta la remunerazione degli azionisti distribuendo liquidità in eccesso, è anche vero che queste operazioni hanno lo scopo di mantenere attraente la società nei confronti del mercato, aumentando il prezzo delle azioni e gonfiando i multipli (l’utile per azione aumenta nel momento in cui si riduce il numero complessivo di azioni presenti sul mercato, il denominatore del rapporto), pur in presenza di profitti in calo e ricorrendo a liquidità in prestito.

Dall’altro lato un aumento delle opzioni esercitate dai manager fa pensare ad una maggior volontà di “passare alla cassa” da parte dei dirigenti, forse, prima che il mercato cambi direzione.

Foto di Angelo Giordano

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