Petrolio. Il midstream che piace al private equity

Dopo la brevissima fiammata di metà settembre, il petrolio è tornato a languire attorno ai 60 dollari al barile ed il settore perde appeal. Ma non tutto, il midstream piace – e molto – al private equity.

La catena produttiva legata al petrolio non è fatta solo da paesi ed aziende che lo estraggono dal sottosuolo o “spremendo” rocce. A questa attività di “upstream” ne seguono altre due. Il trasporto e la raffinazione. Ed è proprio il trasporto dai pozzi alle raffinerie, il cosiddetto midstream, del petrolio ma anche del gas naturale, ad aver attirato nelle ultime settimane l’attenzione degli analisti.

Un report di Invesco ci informa, infatti, che malgrado le quotazioni di borsa siano piuttosto deboli (praticamente ai minimi dal 2016), sulle società che si occupano di midstream è alta l’attenzione dei fondi di private equity. Segno evidente che c’è una forte discrepanza tra il valore di borsa ed il valore intrinseco che gli investitori private danno al settore.

Invesco ricorda, innazitutto, come l’utilizzazione dei canali di trasporto di petrolio e gas naturale sia in costante crescita e con essa si mantengano “in forma” anche i fondamentali economici delle società di midstream. I dati dell’ultimo trimestre sono stati, per il 71% delle società del settore, in linea o superiori alle attese e l’Ebitda (il risutato della sola gestione operativa delle aziende) ha segnato un incremento del 17% rispetto allo stesso periodo del 2018.

Un settore in salute che deve i suoi fondamentali anche e soprattutto alla mutazione del comparto petrolifero statunitense. Secondo i dati della US Energy Information Administration, la produzione di petrolio yankee è passata dai circa 5 milioni di barili al giorno del 2006 ai 12,3 milioni stimati per il 2019. E nel 2020 la proiezione supera i 13 milioni di barili. Stessa tendenza anche per il gas naturale, con una produzione sostanzialmente raddoppiata dal 2006 ad oggi.

L’aumento della produzione americana ha comportato non solo il raggiungimento dell’autonomia energetica (situazione che incide, e tanto, sul prezzo del petrolio) ma ha consolidato gli USA tra i paesi esportatori, con ottimi benefici per chi il petrolio ed il gas lo deve trasportare. Anche qui due dati danno l’esatta dimensione del fenomeno. Le esportazioni di petrolio USA sono passate dai poco più di 0,5 milioni di barili al giorno del 2006 ai 3 milioni di barili registrati ad inizio 2019.

Durerà? Si chiede Invesco. La risposta sembra essere affermativa per almeno un paio di motivi. Innanzitutto, la statistica dice che la domanda di petrolio non è propriamente elastica rispetto al ciclo economico. Negli ultimi 30 anni la domanda di petrolio ha visto il segno meno solo 3 volte.

Il secondo motivo è che il passaggio a energie rinnovabili, anche sotto la spinta dell’evoluzione delle auto elettriche, non sarà veloce e l’effetto nei prossimi 10 anni sarà ancora marginale sul settore petrolifero.

Foto di Ioannis Ioannidis

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