WeWork, quando il mercato fa il suo lavoro

Avrete forse sentito parlare in questi giorni della vicende legate alla società americana WeWork e del suo co-fondatore Adam Neumann. Una storia interessante che dimostra come i mercati finanziari, ogni tanto, facciano per bene il loro lavoro.

Prima di tutto riassumiamo un po’ la vicenda. WeWork è una società di co-working. Sostanzialmente fornisce spazi lavorativi ad imprese, soprattutto startup tecnologiche. Fondata nel 2010, gestisce (al 2018) 562 location lavorative ed impiega circa 15000 addetti. Nel 2019 il grande passo: la decisione di quotarsi in borsa. Ma qui iniziano i problemi e ad inizio settembre l’IPO viene rimandata. Da lì la caduta precipitosa con tanto di “passo di lato” del CEO Neumann e, notizia di ieri, cancellazione dell’IPO.

Dalle stelle alle stalle nel giro di pochi mesi. Perchè? In parole semplici il valore che la società si attribuiva era semplicemente ingiustificato. Dai 47 miliardi di dollari di valutazione fatta ad inizio anno si è passati ora a poco più di 1/5 di quella cifra. In termini operativi il disastro era dietro l’angolo: nel primo semestre 2019 la società ha bruciato 1,4 miliardi di dollari. In cassa sono rimasti 2,5 miliardi di dollari, pari a circa la somma delle perdite collezionate da WeWork nel biennio 2017-2018. In sostanza, con questi ritmi, la cassa sarebbe stata prosciugata entro un anno.

Tralasciando i particolari, piuttosto inquietanti, della gestione della società gestita da Neumann e consorte, rimangono sul piatto alcune domande ed una piccola consolazione. Partiamo dalle prime.

15000 dipendenti, sedi in tutto il mondo, un bond da 669 miliardi di dollari ed un colosso del venture capital come SoftBank disposto ad investirci cifre molto rilevanti. Senza contare altri big del settore finanziario pronti a finanziare WeWork: Lord Abbet con un’esposizione di 44 milioni di dollari, Allianz con circa 21 milioni di dollari, stando alle cifre che si leggono sui giornali. Come è stato possibile sopravvalutare un’azienda con i numeri che abbiamo velocemente riepilogato prima? Potere della comunicazione e del carisma del fondatore (The Economist sottolinea in un articolo come nel prospetto informativo dell’IPO il nome del fondatore fosse citato ben 169 volte). Forse troppo affidamento alle prospettive future senza guardare al raggiungimento del break even point.

WeWork ha raggiunto dimensioni significative in questi 9 anni, sfruttando un business sostanzialmente immobiliare, che di innovativo ha ben poco. Anzi, secondo il governatore della Fed di Boston, questo modello di business potrebbe diventare un rischio sistemico per l’economia americana. Le società di co-working, afferma Rosengren, acquistano con dei leasing a lungo termine immobili che poi cedono, con affitti a breve termine, a piccole attività (startup). Queste ultime, proprio per le loro dimensioni sono più esposte al rischio di non poter far fronte alle proprie obbligazioni (pagare l’affitto) in una fase di contrazione del ciclo economico e di conseguenza, in mancanza di una adeguata diversificazione del business, rendono deboli anche le società che concedono loro gli spazi operativi e, a cascata, mettono a rischio gli introiti dei proprietari di immobili.

La consolazione in questa faccenda viene dal mercato. La valutazione dei conti e la constatazione della mancanza di trasparenza nella governance, di economie di scala, di sostenibilità – anche nel breve – del business hanno avuto la meglio sul “se ci credi ce la puoi fare” del carismatico fondatore. Il mercato, con WeWork, ha fatto il suo lavoro evitando possibili bagni di sangue futuri.

Foto di SnoockyCookie

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