La settimana economica dal 7 al 12 settembre 2026 ha visto tornare protagonista la finanza italiana con le ultime notivà sull’OPA di Poste Italiane su Tim, le mosse di MPS e Banca Intesa, l’avvio dell’OPA di Tata su Iveco. Sul fronte internazionale petrolio e treasury statunitensi sotto i riflettori. Per il greggio prezzi nuovamente sopra i 100 dollari e una pipeline (in Arabia Saudita) messa in pausa. Per il Tesoro USA la prima operazione di buyback delude e non calma i rendimenti.
Italia, finanza bollente: le ultime su Poste Italiane, Intesa, MPS e Iveco
Il dossier più caldo di Piazza Affari si è sbloccato all’ultimo momento utile. Con le adesioni ferme poco sopra il 6% del capitale e la scadenza dell’11 settembre alle porte, l’8 settembre il consiglio di Poste Italiane ha aumentato di 30 centesimi la componente in denaro dell’offerta su Tim, portandola a 1,97 euro per azione accanto alle 0,218 azioni Poste già previste — una valorizzazione implicita di 7,83 euro — e soprattutto ha rinunciato alla condizione di soglia minima del 66,67% dei diritti di voto. La rinuncia si è rilevata la mossa decisiva, in pratica Poste comprerà comunque tutto ciò che le viene portato. L’effetto è stato immediato. Alla chiusura del periodo di adesione risultavano conferite 993,6 milioni di azioni Tim, pari a circa il 46,5% del capitale e al 58,2% dei titoli oggetto dell’offerta; ora si attende l’ultimo round dal 21 al 25 settembre.
Parallelamente il risiko bancario ha superato il suo snodo più atteso. L’assemblea straordinaria di Intesa Sanpaolo ha approvato il 10 settembre, con il 96,96% delle azioni rappresentate, l’aumento di capitale fino a un massimo di 5,7 miliardi di azioni ordinarie a servizio dell’Opas su Monte dei Paschi, operazione da 30,6 miliardi. Il giorno prima Mps ha depositato in Consob i documenti delle due offerte pubbliche di scambio su Banco Bpm e Banca Generali, fissando i concambi a 1,567 azioni Mps per ogni titolo Bpm e 6,958 per ogni azione Banca Generali. Il calendario resta il vero campo di battaglia: l’assemblea che deve autorizzare l’operazione progettata dall’ad Lovaglio è convocata per il 29 ottobre e serviranno i due terzi dei voti, mentre Intesa ha già segnalato all’autorità di vigilanza le proprie perplessità sul rispetto della passivity rule, la regola che vieta alla società sotto offerta di adottare misure difensive senza mandato assembleare.
Terza operazione, meno rumorosa ma non meno significativa: lunedì 7 settembre è partita l’offerta pubblica di acquisto totalitaria di Tata Motors su Iveco Group, promossa attraverso la controllata TML CV Holdings dopo il via libera Consob del 3 settembre e l’ottenimento di tutte le autorizzazioni antitrust e sugli investimenti esteri. Il corrispettivo è di 14,10 euro per azione, cum dividend; le adesioni si chiudono il 26 ottobre, con assemblea straordinaria il 16. Il consiglio di Iveco ha raccomandato all’unanimità l’adesione ed Exor, primo azionista con il 27,06% del capitale e il 43,19% dei diritti di voto, si è impegnata a conferire la propria quota. La soglia di efficacia è fissata al 95%, ridotta automaticamente all’80% se l’assemblea approva le delibere collegate. L’obiettivo finale è il ritiro da Euronext Milan: dopo la cessione delle attività Difesa a Leonardo a marzo, il gruppo dei veicoli commerciali passa sotto controllo indiano.
Sempre nella settimana, Bending Spoons ha firmato l’accordo definitivo per rilevare Miro, piattaforma di lavagna digitale collaborativa, in un’operazione interamente per cassa da 1,355 miliardi di dollari.
Europa, l’apparente paradosso BCE
La Bce ha alzato i tassi di un quarto di punto, secondo intervento del ciclo aperto a giugno, e ha aperto un dibattito più interessante della decisione stessa. Il Consiglio direttivo ha rivisto al rialzo le proiezioni di inflazione per il 2027 e il 2028 e insieme quelle di crescita, ma ha rifiutato qualsiasi indicazione sul percorso futuro, ribadendo un approccio guidato dai dati, con decisioni adottate di volta in volta e senza vincolarsi a un particolare sentiero dei tassi.
Il paradosso è apparente solo in superficie. Una banca centrale che stringe contro uno shock di offerta — energia, non domanda — sa di non poter agire sulla causa: agisce sulle aspettative, per evitare che il rincaro di petrolio e gas si trasformi in inflazione generalizzata. Rinunciare alla forward guidance diventa allora coerente, perché il percorso dipende da una variabile geopolitica che nessuno controlla, e questa settimana ha mostrato quanto quella variabile possa muoversi in fretta. Il mercato, però, ha letto le revisioni al rialzo come il segnale che mancava: se le proiezioni peggiorano e la crescita tiene, il 2,50% difficilmente è il punto di arrivo. Lagarde ha definito la scelta unanime e scontata, e il tono è stato interpretato come restrittivo.
Un promemoria sul fatto che la resilienza non è uniforme è arrivato lunedì: la produzione industriale tedesca è scesa dell’1,1% a luglio, un colpo inatteso alla ripresa del Paese. Sul fronte commerciale, l’11 settembre la Commissione ha trasmesso al Consiglio le proposte per la firma e la conclusione dell’accordo di libero scambio con l’India, e ha approvato ulteriori 6,1 miliardi di euro per la difesa aerea e missilistica dell’Ucraina.
Il Pil britannico è cresciuto dello 0,4% a luglio, dopo il +0,3% di giugno, con i servizi a compensare le contrazioni di industria e costruzioni; sul trimestre mobile l’incremento è dello 0,4%, ottavo periodo consecutivo di crescita, ma con industria e costruzioni entrambe in calo dello 0,5%. Un’economia che avanza su una gamba sola. Nella stessa settimana Londra ha però fatto da mercato di raccolta per la corsa agli investimenti americani nell’intelligenza artificiale — su questo, più avanti.
Stati Uniti: buyback sottotono, capex IA e
La settimana americana ruota attorno a un esperimento riuscito male. Il 9 settembre il Tesoro ha annunciato il riacquisto fino a 6 miliardi di dollari di titoli a 10-20 anni, il triplo dell’importo indicato ad agosto, nel tentativo di raffreddare i rendimenti a lungo termine. I prezzi dei titoli, invece di salire, sono scesi. Il giorno dopo il Tesoro ha acquistato 5,19 miliardi a fronte di offerte per 10,5 miliardi, restando sotto il tetto annunciato: secondo i dati raccolti da Bloomberg è solo la terza volta su 53 operazioni sul tratto lungo dal 2024 che l’importo massimo non viene saturato. Il rendimento decennale è salito al 4,95%, massimo dal 2023, e il trentennale al 5,34%, livello che non si vedeva dal 2004.
La spiegazione sta nelle proporzioni. Un’operazione da 6 miliardi vale circa lo 0,01% del debito in circolazione, a fronte di un debito federale superiore ai 40.000 miliardi, prezzi alla produzione al 5,4% e un barile che sale ogni giorno. Il rischio, segnalato in agosto da Stanley Druckenmiller sul Wall Street Journal, è di natura diversa: quando il mercato si convince che il Tesoro stia difendendo un livello di prezzo, ogni rialzo dei rendimenti diventa una verifica della determinazione ufficiale, e gli interventi devono crescere per reggere la verifica. Bessent ha minimizzato, definendo il mercato dei Treasury in buona salute e ricordando la solidità delle ultime aste.
Nel frattempo la spesa per l’intelligenza artificiale ha accelerato, e sempre più spesso passa dal debito. Mercoledì 9 Google ha annunciato almeno 13 miliardi di euro di investimenti in infrastrutture digitali in Finlandia per il biennio 2027-2028 — tre nuovi centri dati più l’ampliamento di Hamina, il più grande investimento singolo dell’azienda in Europa, accompagnato da un contratto di fornitura nucleare ventennale. Lo stesso giorno Amazon ha raccolto 4,25 miliardi di sterline, circa 5,8 miliardi di dollari, con il suo primo collocamento obbligazionario in valuta britannica, su quattro scadenze fino a 19 anni: la sterlina è la quarta divisa aggiunta al programma di finanziamento dopo euro, franco svizzero e dollaro canadese. Sempre il 9, Dell ha portato a 5 miliardi di dollari un’emissione avviata per 4, con ordini per circa 23 miliardi. Complessivamente le grandi piattaforme del cloud hanno collocato oltre 200 miliardi di dollari di obbligazioni nel 2026, più del doppio dell’intero 2025. Due dettagli meritano attenzione: la domanda per il titolo Amazon è risultata sensibilmente inferiore a quella raccolta da Alphabet sullo stesso mercato a febbraio, segnale che l’assorbimento non è illimitato; e a inizio settembre la stessa Bce ha avvertito che l’afflusso di questi emittenti sul mercato obbligazionario dell’area euro rischia di spiazzare gli altri debitori, alzandone i costi di finanziamento. Il denaro che finanzia i centri dati americani compete con quello che finanzia i governi, e lo fa in ogni valuta disponibile.
Sul fronte dei conti societari, due trimestrali speculari. Oracle ha riportato giovedì sera un portafoglio ordini contrattualizzato da 664 miliardi di dollari, con oltre 30 miliardi di nuovi contratti nel trimestre e i ricavi dell’infrastruttura cloud in crescita del 121%: il titolo è salito di circa il 7% venerdì, con i risultati migliori delle attese a smorzare i timori sulla campagna di investimenti finanziata a debito. Resta il nodo della concentrazione: circa metà di quel portafoglio dipende da un solo cliente, OpenAI. Adobe ha fatto meglio delle stime su ricavi (6,76 miliardi, +13%) e utile per azione, ha alzato la guidance annuale e ha visto i ricavi ricorrenti dei prodotti nativi di intelligenza artificiale superare i 650 milioni con una crescita oltre il 150% — eppure il titolo ha ceduto oltre il 2%, penalizzato dai dubbi sui tempi di monetizzazione del modello gratuito e da una previsione trimestrale appena sotto il consenso. Nella stessa serata l’azienda ha annunciato la successione: Anil Chakravarthy assumerà la guida dal 1° dicembre.
Alla conferenza Goldman Sachs di San Francisco SpaceX ha aggiunto un terzo contratto di potenza di calcolo, da 1,1 miliardi di dollari al mese — circa 13 miliardi su base annua — nel percorso verso i 100 miliardi di ricavi annualizzati a fine anno, con un obiettivo di oltre 2 gigawatt di capacità terrestre entro dicembre. Da notare la struttura: impegni a 90 giorni con clausole di uscita simmetriche, che accorciano i tempi di rientro dell’investimento ma lasciano il fornitore esposto se il cliente esce.
Dalla stessa conferenza è arrivata la nota più spigolosa. Jensen Huang ha indicato nella cybersicurezza il prossimo grande caso d’uso dell’intelligenza artificiale, osservando che non c’è modo migliore di generare domanda che «creare un problema» e attribuendo gli allarmi recenti alla preparazione di nuovi prodotti da parte del settore. Le parole arrivano mentre i laboratori concorrenti intensificano gli avvertimenti sulla sicurezza dei modelli, e mentre Nvidia ha appena rilevato per 12,9 miliardi di dollari Hugging Face, la piattaforma di hosting di modelli aperti colpita dall’attacco informatico di luglio. Un caso?
Resto del Mondo, la corsa del petrolio, pipeline in pausa e guerra lunga in vista?
Il fatto che tiene insieme buona parte di quanto sopra è il petrolio. Giovedì il Brent è balzato del 4% a 105 dollari e il Wti ha superato i 100 per la prima volta da maggio, dopo la più intensa ondata di attacchi al naviglio dall’inizio del conflitto fra Stati Uniti e Iran: Teheran ha dichiarato di aver colpito dieci navi nei pressi dello Stretto di Hormuz in risposta all’affondamento di cinque petroliere iraniane. Venerdì la corsa è proseguita fino a un massimo di 109,97 dollari, il livello più alto dalla prima settimana di maggio, con un rialzo di oltre il 30% rispetto ai minimi di inizio agosto. Nello stesso giorno l’Opec ha ridotto per la quinta volta consecutiva la stima di crescita della domanda mondiale per il 2026, a 380.000 barili al giorno: la domanda si indebolisce e il prezzo sale lo stesso, che è la firma tipica di uno shock di offerta.
L’offerta, infatti, si è ristretta ancora. L’Arabia Saudita ha chiuso in via precauzionale l’oleodotto Est-Ovest dopo una serie di attacchi con droni lanciati dall’Iraq nelle regioni di Riad e Medina: l’infrastruttura ha una capacità di 7 milioni di barili al giorno e serve a spostare le esportazioni di greggio fuori dal Golfo Persico. È la rotta alternativa allo Stretto di Hormuz, ossia proprio il margine di manovra che il regno aveva costruito per attutire il conflitto.
Al rischio di quantità si aggiunge quello di durata. Secondo una ricostruzione del Wall Street Journal del 9 settembre, alcuni consiglieri della Casa Bianca — fra cui il vicepresidente Vance e il segretario di Stato Rubio — hanno prospettato a Trump in riunioni riservate l’ipotesi che il confronto con l’Iran si protragga oltre l’insediamento presidenziale del gennaio 2029. Il presidente, lo stesso giorno, ha dichiarato pubblicamente che la guerra finirà subito dopo le elezioni di medio termine di novembre. Per chi guarda ai mercati la discrepanza conta più della politica: il premio geopolitico incorporato nel greggio si distribuisce nel tempo. Se lo scenario di riferimento passa da “qualche mese” a “qualche anno”, non si sposta solo il prezzo a pronti, si spostano anche le scadenze lontane e con esse il calcolo di inflazione attesa su cui Bce e Federal Reserve stanno costruendo le proprie decisioni. Fermandoci ai dati, però, il mercato è ancora convinto che che fra dodici-diciotto mesi il problema possa dirsi rientrato (backwardation, il divario tra il contratto di fine 2026 e quello di fine 2027 era di 27,65 dollari, pari al 26,4% del valore del contratto a pronti). Le scadenze lunghe restano scontate perché le agenzie continuano a proiettare un ampio surplus, con l’offerta non-OPEC+ in crescita e capacità inutilizzata elevata. In altre parole: gli operatori stanno prezzando una guerra breve
La stessa dinamica si legge in controluce nei prezzi cinesi. L’indice dei prezzi alla produzione è salito del 3,8% ad agosto, oltre il 3,6% atteso, mentre l’inflazione al consumo si è fermata allo 0,8% e quella di fondo all’1%. L’ufficio di statistica attribuisce il rialzo alla volatilità delle materie prime e alla domanda dei comparti ad alta tecnologia: non è reflazione interna, è energia importata che risale la catena produttiva senza trovare una domanda al consumo capace di assorbirla.
In India il conto lo presenta la pioggia che non è caduta. Le semine di riso sono scese del 4% a 42,18 milioni di ettari e la superficie complessiva della stagione kharif dell’1,6%, con un deficit monsonico del 14,4%; le riserve idriche sono al 70% della capacità contro l’86% di un anno fa, e l’ente meteorologico segnala condizioni di El Niño destinate a rafforzarsi nella parte finale della stagione. Le scorte pubbliche di riso contengono il rischio immediato sulle forniture, ma legumi e semi oleosi restano esposti. Per un Paese che importa greggio, gas e fertilizzanti, la combinazione fra monsone debole ed energia cara è la peggiore possibile, e il conto arriverà sui prezzi alimentari proprio nei mesi in cui la Reserve Bank of India dovrà decidere sui tassi.
Chiudiamo la nostra rassegna settimanale con una vicenda piccola nei numeri ma interessante dal punto di vista politico. La ministra delle finanze neozelandese Nicola Willis ha respinto la richiesta della banca centrale di utilizzare 10,1 milioni di dollari neozelandesi derivanti da risparmi degli esercizi precedenti per progetti definiti essenziali, chiedendo invece disciplina di bilancio e una valutazione continua dell’efficienza dei costi dell’istituto. La lettera è di fine giugno ma è stata resa pubblica dal Tesoro il 10 settembre, e si inserisce nel solco del taglio di circa un quarto al bilancio operativo della banca deciso nel 2025. Nessun governo dice mai di voler limitare l’indipendenza della propria banca centrale, ma il controllo del portafoglio potrebbe configurarsi come un modo per farlo senza dirlo. Vale la pena tenerlo d’occhio, in una stagione in cui anche a Washington il confine tra politica fiscale e gestione dei mercati si è fatto sottile.





