Due grandi banche centrali asiatiche, due direzioni opposte. La Banca del Giappone ha alzato il tasso di riferimento all’1% nella riunione della scorsa settimana — il livello più alto dal 1995, con una votazione di 7 a 1 — e il governatore Kazuo Ueda ha ribadito oggi che l’inflazione rischia di superare stabilmente il 2%, rendendo appropriati ulteriori rialzi. Il discorso, letto dal vice governatore Ryozo Himino dopo il recente ricovero di Ueda per un’infezione, ha confermato il messaggio già comunicato nella riunione di politica monetaria: i tempi e il ritmo degli aggiustamenti dipenderanno anche dall’evoluzione del conflitto in Iran. Nel frattempo lo yen rimane ai minimi da quasi quarant’anni, e i mercati valutari restano in allerta per possibili interventi delle autorità.
In Cina il quadro è rovesciato. Huang Yiping, membro del comitato di politica monetaria della Banca popolare cinese, ha dichiarato a Bloomberg TV che un taglio dei tassi “potrebbe essere ancora sul tavolo” nel 2026, pur senza escludere che l’istituto rimanga fermo per tutto l’anno — scenario che più della metà degli economisti interpellati dall’agenzia Bloomberg considera oggi il più probabile. Il contesto spiega la cautela: nel secondo trimestre l’economia ha perso slancio, le vendite al dettaglio si sono contratte a maggio per la prima volta dalla riapertura post-Covid, e gli investimenti fissi hanno deluso le attese. I margini di interesse netti delle banche commerciali hanno toccato il minimo storico dell’1,4%, riducendo ulteriormente lo spazio di manovra. Il boom delle esportazioni trainato dall’intelligenza artificiale sostiene la produzione industriale, ma non basta a compensare la debolezza della domanda interna.
Foto di Markus Winkler





