Il fenomeno della migrazione accompagna da decenni il dibattito politico, e non solo quello nostrano. I recenti fatti accaduti a Ceuta ci ricordano come la lucidità nel trattare l’argomento non sia spesso la norma. Così, alla disperata ricerca di una motivazione, i commentatori hanno tirato in ballo le politiche migratorie spagnole, la geopolitica e i cambiamenti climatici. La realtà sta probabilmente in un mix di tutto questo, ma descrivere e prevedere il processo migratorio resta decisamente complicato.
Prendiamo il caso del cosiddetto “rifugiato climatico”. Secondo l’Institute for Economics and Peace sarebbero 1,2 miliardi le persone a rischio di spostamento entro il 2050 a causa dei cambiamenti climatici. Ma c’è chi non concorda e sostiene che il climate change può diventare addirittura un ostacolo alla migrazione. È il caso dell’ultimo studio firmato da Céline Azémar, Rodolphe Desbordes, Markus Eberhardt ed Eric Neumayer. Raccontarlo e ricordare le tesi opposte ci sembra il modo migliore per ricordare quanto il tema si complesso e dibattuto.
Come base di partenza, gli autori hanno usato un dato particolare: i flussi migratori mensili ricavati dalle geolocalizzazioni di circa tre miliardi di utenti Meta, restringendo il campione a 127 paesi d’origine in via di sviluppo e 180 destinazioni, dal 2019 al 2022. Questi numeri, disponibili con frequenza mensile, sono stati poi confrontati con le anomalie di temperatura registrate nello stesso periodo.
Il risultato, come anticipato, sembra andare contro la tesi prevalente: un’anomalia di temperatura di un grado nel paese d’origine riduce il flusso migratorio bilaterale di circa il 5,7% nei dodici mesi successivi, e fino al 16% nella metà dei paesi già più caldi. L’effetto regge a numerosi controlli di robustezza e si conferma anche su un database separato, il censimento IPUMS 1990-2019. Il meccanismo alla base di questo risultato, verificato dagli autori su dati di reddito subnazionale e luminosità satellitare notturna, sarebbe il cosiddetto vincolo di liquidità. Spiegato in maniera semplice, accade che lo shock climatico abbassa il reddito d’origine di circa il 2%, e una famiglia che perde reddito non può permettersi le spese di visto, viaggio e reclutamento che un trasferimento internazionale richiede oggi, specie verso i paesi ricchi che chiedono garanzie finanziarie anticipate.
Già ad occhio emergono le debolezze di questa tesi, ma senza accelerare troppo vediamo prima come esista una corposa letteratura che non converge su questa lettura.
Nel 2017, su Science, Anouch Missirian e Wolfram Schlenker sostenevano l’esatto opposto rispetto allo studio di Azémar e colleghi. Analizzando le domande d’asilo verso l’UE da 103 paesi tra il 2000 e il 2014, mostravano che le deviazioni di temperatura dall’optimum agricolo di circa 20°C aumentano le domande d’asilo, in modo non lineare — con proiezioni di crescita anche del 188% in scenari di riscaldamento sostenuto. La discrepanza è in parte una questione di canale: le domande d’asilo intercettano flussi legati a conflitto e persecuzione, non la migrazione economica bilaterale ordinaria misurata dal nuovo studio, e coprono un orizzonte di quindici anni contro i quattro del lavoro più recente.
Un lavoro di Cattaneo e Peri (2016, Journal of Development Economics), su 115 paesi tra il 1960 e il 2000, ha identificato una relazione a doppio binario dipendente dal reddito: nei paesi poveri, il caldo riduce l’emigrazione — proprio attraverso il concetto di vincolo di liquidità — ma nei paesi a reddito medio la fa aumentare, sia verso le città sia verso l’estero. Questo è un punto che tocca direttamente una delle affermazioni più nette del nuovo studio, secondo cui l’effetto negativo “vale su tutto l’arco di reddito dei paesi in via di sviluppo” e non è una storia dei soli paesi più poveri.
C’è poi la letteratura sulla cosiddetta “gobba migratoria” (Clemens 2014, de Haas 2010 e 2019): nel lungo periodo, reddito ed emigrazione non sono legati in modo lineare, ma seguono una U rovesciata, con un punto di svolta attorno ai 6-8mila dollari di PIL pro capite. Sotto quella soglia, è la crescita del reddito — non la sua caduta — a liberare l’emigrazione, prima frenata dai vincoli di liquidità. Questo suggerisce che l’orizzonte temporale conta moltissimo: uno shock di un mese può bloccare chi era già vicino alla soglia per finanziare la partenza, ma non dice necessariamente cosa succede quando lo stress climatico si accumula per anni, erodendo risparmi e strategie di adattamento fino a un punto di rottura.
Dicevamo delle debolezze dello studio, limiti che gli autori riconoscono e che è corretto riportare. Il dato Meta, per costruzione, sottorappresenta le popolazioni rurali più povere e meno connesse, vale a dire proprio quelle più esposte allo stress climatico. Questa statistica, inoltre, cattura con difficoltà (o per nulla) la migrazione irregolare, e questo pesa moltissimo sui risultati dello studio.
C’è poi un limite “geografico”, lo studio guarda solo ai confini internazionali, ma la Banca Mondiale, nel rapporto Groundswell, stima fino a 216 milioni di migranti climatici interni entro il 2050 in sei regioni del mondo. Questo significa che la migrazione a causa del clima potrebbe comunque avvenire anche se all’interno dei confini geografici del paese di origine. Si tratterebbe di un fenomeno pienamente compatibile con l’idea di famiglie “intrappolate” da vincoli di liquidità, ma tutt’altro che ferme.
In conclusione, il quadro che ne esce diventa un forte invito alla cautela: la relazione tra clima e migrazione sembra dipendere in modo cruciale dalla scala del reddito di partenza, dall’orizzonte temporale dello shock e dal tipo di spostamento misurato ( internazionale, interno, regolare o meno). Trattare il “rifugiato climatico” come un dato univoco, in una direzione o nell’altra, significa ignorare quanto la povertà stessa possa essere, a seconda dei casi, la ragione per partire o l’ostacolo che lo impedisce.
Ancora una volta un tema complesso. E di certo non aiuta la smania di semplificazione che attanaglia la politica (tutta) in questi tempi.
Illustrazione di Vilius Kukanauskas




