Il rendimento del Treasury a 30 anni ha sfiorato il 5,20% — livelli che non si vedevano dal luglio 2007, prima della crisi finanziaria — mentre il decennale ha raggiunto il 4,69%.
Nella sua nota ai clienti, Mark Malek, chief investment officer di Siebert Financial, ci suggerisce in che direzione guardare. Nel suo post individua tre forze strutturali alla base del rialzo dei rendimenti: l’inflazione alimentata dai prezzi energetici, il deterioramento fiscale degli Stati Uniti e l’incertezza sulla guida della Federal Reserve.
Il punto centrale è che una soluzione diplomatica sul fronte iraniano difficilmente basterà a tranquillizzare i mercati obbligazionari (poco headline driven), perché lo Stretto di Hormuz rimane chiuso e l’inflazione continua a correre — con i prezzi al consumo saliti del 3,8% su base annua ad aprile, il dato più alto degli ultimi tre anni.
Ipotizzare che basti un intervento della banca centrale per far tornare tutto alla normalità è fin troppo semplicistico. Malek sintetizza con una battuta perfetta: «La Fed non ha uno strumento che estrae petrolio».
Sul fronte fiscale, il meccanismo si sta rivelando autoalimentante: rendimenti più alti aumentano il costo del debito pubblico, che allarga il deficit, che richiede nuova emissione di titoli, che a sua volta spinge i rendimenti ancora più in alto. Un circolo vizioso che secondo il Congressional Budget Office porterà i mille miliardi di dollari di spesa per interessi registrati nel 2025 a raddoppiare entro il 2036.
Come abbiamo visto nei giori scorsi – e come ricorda lo stesso Malek – il fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti: il trentennale giapponese ha toccato un record storico, il gilt britannico i massimi dal 1998, il Bund tedesco i massimi dal 2011
Foto di Thomas Breher





