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L’intelligenza artificiale, il controllo statale e chi potrebbe approfittarne

L’intelligenza artificiale, il controllo statale e chi potrebbe approfittarne

Le restrizioni imposte dagli Stati Uniti sui modelli più avanzati di Anthropic hanno tagliato fuori per giorni anche alleati e agenzie governative. Un’analisi del Peterson Institute spiega perché la mossa potrebbe finire per avvantaggiare proprio l’ecosistema IA cinese.

Se c’è una data di partenza per questa storia, è sicuramente quella del 7 aprile scorso, quando Anthropic ha presentato Mythos, un modello con capacità nell’individuare e sfruttare vulnerabilità nei sistemi software critici talmente elevate da giudicarlo non idonea ad essere distribuito su larga scala.

Ecco allora il primo compromesso, vale a dire la soluzione “Project Glasswing“: accesso anticipato limitato ad aziende selezionate per attività di difesa informatica, esteso il 2 giugno a 150 organizzazioni tra cui NATO, l’agenzia europea per la cybersicurezza, il network SWIFT e i governi di Francia e Germania.

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Successivamente – il 9 giugno 2026 – arriva Fable 5, un modello della stessa famiglia ma con barriere di sicurezza aggiuntive pensate per differenziarlo da Mythos e renderlo disponibile al pubblico.

È qui che la vicenda prende una piega inattesa. Amazon segnala all’amministrazione Trump di aver individuato una falla, seppure parziale, in quelle barriere. Il 12 giugno il Dipartimento del Commercio invia ad Anthropic un ordine di controllo sulle esportazioni, imponendo di negare l’accesso a chiunque non sia cittadino statunitense. Incapace di verificare la cittadinanza dei propri utenti, Anthropic disattiva entrambi i modelli per tutti, inclusa — stando a quanto riportato dal New York Times — la stessa Agenzia per la sicurezza nazionale USA.

Per la prima volta dall’inizio della corsa all’intelligenza artificiale, le capacità disponibili al pubblico globale fanno un passo indietro anziché in avanti. Al G7, il presidente francese Macron avverte che nessun paese continuerà ad acquistare tecnologia americana se l’interruttore può essere spento da un giorno all’altro senza preavviso. Le restrizioni vengono revocate il 30 giugno; l’accesso a Fable riparte il 1° luglio con controlli più stringenti, ma Mythos resta per ora riservato alle sole istituzioni statunitensi.

Nello stesso periodo emerge un’altra notizia che, a prima vista, sembra un capitolo diverso della stessa storia: secondo il Financial Times, OpenAI starebbe discutendo con la Casa Bianca la cessione di una quota del 5% della società — circa 42,6 miliardi di dollari alla valutazione attuale — a un veicolo governativo ispirato all’Alaska Permanent Fund, con l’ipotesi che anche Anthropic, Google e Meta seguano lo stesso schema. Un modo per ridistribuire ai cittadini una parte della ricchezza in fieri del settore, ma anche un sistema per entrare nella stanza dei bottoni dei principali player del settore.

Due episodi, un solo filo conduttore: il confine tra asset privato e infrastruttura strategica di Stato si sta assottigliando, e con esso la capacità delle aziende di garantire ai propri utenti — specie quelli fuori dagli Stati Uniti — una continuità di accesso indipendente dalle priorità politiche del momento.

In questo senso è molto interessante l’analisi pubblicata qualche giorno fa dal Peterson Institute for International Economics, firmata Martin Chorzempa. Il vero problema, suggerisce l’autore, non è la restrizione in sé, ma l’assenza di criteri pubblici e di deroghe anche per gli alleati più stretti: un segnale che spaventa proprio i governi e le aziende su cui gli Stati Uniti contavano per consolidare la propria leadership tecnologica. Il paradosso è che i concorrenti cinesi, distribuendo spesso i propri modelli in formato “open weight” — scaricabili ed eseguibili sui server di chiunque — offrono una garanzia che nessun fornitore americano può replicare: una volta scaricato, il modello non può più essere spento da remoto. Un argomento che pesa doppiamente ora che l’uso a consumo dei modelli più potenti è diventato costoso al punto che perfino colossi come Microsoft starebbero valutando alternative cinesi per alcuni compiti.

Chorzempa non nasconde il rovescio della medaglia: anche la Cina condivide le stesse preoccupazioni di sicurezza, e potrebbe un giorno restringere l’accesso ai propri modelli più avanzati, costringendo il resto del mondo a scegliere tra uno stack tecnologico interamente americano o interamente cinese, senza più vie di mezzo.

Ma nell’immediato, conclude il ricercatore, le ultime mosse del governo degli Stati Uniti lasciano una scia di incertezza, con i paesi partner e le imprese che non sanno quanto e quando potranno contare sull’accesso ai modelli di frontiera. Una crepa nella quale i concorrenti più furbi potrebbero insinuarsi.

Foto di Tumisu

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