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Il futuro della Fed: Kevin Warsh e il grande rebus della politica monetaria americana

La scelta di Kevin Warsh come prossimo governatore della Fed ha da un lato rassicurato i mercati, ma dall’altro apre a scenari di grande incertezza per la politica monetaria statunitense.

Washington, 28 gennaio 2026, interno giorno, ore 14:00 EST. La Federal Reserve rilascia il suo primo comunicato sulla politica monetaria del 2026. Tassi fermi al 4,25-4,50% e una situazione macroeconomica che induce all’attesa. Due giorni dopo, il presidente Donald Trump annuncia il successore di Jerome Powell: sarà Kevin Warsh a guidare la banca centrale più potente al mondo. Cosa accadrà ora? Cosa aspettarsi nei prossimi mesi per la Fed?

Facciamo un passo indietro. La riunione di gennaio ha consegnato un messaggio chiaro: la Federal Reserve non ha fretta. Nel comunicato ufficiale, il FOMC ha parlato esplicitamente di un mercato del lavoro in fase di stabilizzazione, di un’economia solida e di un’inflazione che rimane sopra target ma stabile. Traduzione: nessuna urgenza di intervenire.

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Ma è stato Powell, nel suo discorso post-riunione, a lanciare il segnale più significativo. Tra le righe, il presidente uscente ha lasciato intendere che non utilizzerà i mesi che gli rimangono alla guida della Fed per procedere a nuovi tagli. In sostanza, sta passando la palla – e con essa tutti i problemi e le pressioni presidenziali – direttamente sulle spalle del successore. E non è ancora chiaro se lo stesso Powell rimarrà nel Board of Governors, come sarebbe suo diritto fino al 2028, o se preferirà un’uscita di scena completa.

C’è un secondo elemento emerso dalla riunione che merita attenzione: la Fed è più compatta di quanto si pensi. Al netto di Steve Miran, notoriamente allineato con le posizioni della Casa Bianca, soltanto Christopher Waller ha espresso la volontà di vedere tassi più bassi. Un dissidente in meno rispetto all’ultima riunione di dicembre, che fotografa una maggioranza ben salda attorno alle posizioni di Powell. Un messaggio forte da recapitare alla Casa Bianca, probabilmente rafforzato anche da quanto emerso alla Corte Suprema durante l’audizione sul caso Lisa Cook, dove i giudici hanno mostrato scetticismo verso i tentativi dell’amministrazione di rimuovere governatori Fed.

Insomma, finché Powell guiderà la banca centrale, la situazione sembra destinata a mantenersi su questa linea: tassi fermi e unità istituzionale. Del resto, i mercati stessi quotano un primo taglio soltanto a giugno. E dopo?

Dopo toccherà a Kevin Warsh, 55 anni, veterano di Wall Street e del servizio pubblico che Trump aveva già quasi scelto nel 2017 prima di optare per Powell – una scelta che il presidente ha più volte dichiarato di rimpiangere. Il curriculum di Warsh è di tutto rispetto: dopo Harvard Law School, sette anni in Morgan Stanley, poi consigliere economico della Casa Bianca sotto George W. Bush dal 2002. Nel 2006, a soli 35 anni, diventa il più giovane membro mai nominato al Board of Governors della Federal Reserve. Durante la crisi finanziaria del 2008 fu determinante nel facilitare la vendita di banche in difficoltà, sfruttando le sue connessioni con Wall Street.

Ma è la sua uscita dalla Fed, nel 2011, a raccontare molto della sua filosofia monetaria. Warsh si dimise in opposizione al secondo round di quantitative easing, ritenendo eccessiva l’espansione del bilancio della Fed. Da allora, è stato un critico costante della politica monetaria ultra-espansiva, arrivando a proporre cambiamenti radicali: riduzione aggressiva del balance sheet, revisione dei modelli di previsione economica, ridimensionamento dello staff.

Ed è qui che emerge l’apparente paradosso di questa nomina. Trump chiede a gran voce tagli immediati e consistenti dei tassi d’interesse. Warsh, però, si è costruito una reputazione da “falco” – da governatore Fed era notoriamente riluttante a tagliare i tassi per timore dell’inflazione. Certo, oggi sostiene che una riduzione drastica del bilancio della Fed libererebbe spazio per tagliare i tassi, ma questa tesi è stata criticata da molti economisti che ne contestano l’efficacia pratica.

Eppure, proprio questa reputazione potrebbe essere uno dei motivi principali della scelta. I mercati hanno accolto positivamente la nomina di Warsh: un tecnico rispettato, con credenziali conservatrici ma non ideologiche, sposato tra l’altro con Jane Lauder (figlia del donatore repubblicano Ronald Lauder, compagno di studi di Trump alla Wharton School). Una figura che rassicura Wall Street anche se preoccupa chi teme un asservimento della Fed alla Casa Bianca.

I primi mesi di Warsh alla guida della Federal Reserve saranno probabilmente caratterizzati da un delicato equilibrio. Da un lato, dovrà gestire le pressioni dell’amministrazione Trump per tagli rapidi dei tassi. Dall’altro, dovrà conquistare la fiducia e il consenso del FOMC, dove il presidente ha un solo voto e serve una maggioranza per qualsiasi decisione di politica monetaria.

La presenza eventuale di Powell nel Board fino al 2028 potrebbe creare una dinamica inedita: un ex presidente che diventa contrappeso interno, possibile polo alternativo di consenso. Uno scenario che potrebbe complicare ulteriormente i piani di Warsh.

Più realisticamente, ci si può aspettare che i primi mesi vedano continuità sulla politica dei tassi – la prudenza lo impone, con un’inflazione ancora sopra target – mentre Warsh potrebbe concentrarsi su riforme strutturali interne alla Fed: riduzione dello staff, revisione dei modelli previsionali, e soprattutto, l’avvio di una riduzione del bilancio più aggressiva di quella attuale.

La vera prova del fuoco arriverà in autunno, quando i dati economici avranno fornito un quadro più chiaro e Warsh avrà consolidato la sua leadership. Solo allora capiremo se la Fed manterrà la sua indipendenza tradizionale o se entrerà in una nuova fase della sua storia centenaria.

Foto di Adam Fagen

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