C’è un’intervista uscita oggi su Bloomberg che vale la pena leggere (ed ascoltare) non tanto per quello che dice su OpenAI, ma per quello che rivela sull’intero settore dell’intelligenza artificiale.
Proviamo a riassumere i punti più interessanti. Nell’intervista Sarah Friar, CFO di OpenAI, ha dichiarato che l’azienda potrebbe raccogliere altri capitali dopo aver già completato quello che lei stessa definisce il più grande round di finanziamento privato della storia — 122 miliardi di dollari. Il motivo? La potenza computazionale. “There’s not a lot of compute in 2026,” ha detto Friar, aggiungendo che chi riesce ad accedervi ha un vantaggio competitivo enorme.
Questo è il primo tema strutturale: il compute – la capacità di calcolo – è un “bene” scarso, costoso e determina chi può stare in partita. Le aziende AI non competono solo sui modelli, ma sulla capacità di alimentarli. Chi non riesce a garantirsi quella capacità, rallenta — indipendentemente dalla qualità della tecnologia. Non un particolare di poco conto.
Il secondo tema è speculare: la domanda. Friar ha descritto una “vertical wall of demand” — un muro verticale di richieste da parte di aziende che vogliono trasformare i loro processi con l’AI, e che premono su un’offerta che fatica a stare al passo. Dal canto suo, ChatGPT supera 900 milioni di utenti attivi settimanali e Codex, il prodotto per il software engineering, ha già 4 milioni di utenti.
La tensione che emerge è quella che chiunque segua l’AI dovrebbe tenere sul radar: domanda che accelera, infrastruttura che non scala abbastanza, necessità di capitali crescenti per mantenere la posizione. È la fotografia di un settore che sembra correre più veloce di se stesso, ricco di opportunità ma infarcito di fragilità strutturali molto delicate.
Foto di Edgar Oliver





