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Dal petrolio alle valute: perché la crisi mediorientale sta travolgendo le economie asiatiche

Dal petrolio alle valute: perché la crisi mediorientale sta travolgendo le economie asiatiche

La guerra in Iran non colpisce solo le materie prime. Attraverso un meccanismo a cascata, sta scaricando la sua pressione sulle valute dei mercati emergenti, con l’Asia in prima linea

In sintesi

  • Rupia indiana: –7% da inizio anno, ai minimi storici. RBI interviene vendendo dollari.
  • Rupia dello Sri Lanka: –4,6% solo a maggio, la peggior valuta asiatica del mese.
  • Rupia indonesiana: –6% da inizio anno. Bank Indonesia attesa a un rialzo dei tassi per la prima volta in due anni.
  • I rendimenti dei Treasury trentennali USA hanno toccato i massimi dal 2007.

Il meccanismo è lineare, ma preoccupante nelle sue implicazioni. La guerra in Iran fa salire il prezzo del petrolio, le economie asiatiche — quasi tutte importatrici nette di energia — vedono peggiorare i propri saldi commerciali e le valute si indeboliscono. Nel frattempo, l’inflazione globale spinge i rendimenti obbligazionari americani verso l’alto: i Treasury trentennali hanno toccato livelli che non si vedevano dal 2007. Un dollaro più forte e rendimenti USA più elevati riducono l’attrattiva degli asset emergenti, accelerando i deflussi di capitale. E così la pressione valutaria si autoalimenta.

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I casi più emblematici sono tre, con caratteristiche diverse ma dinamiche simili. In India, la Reserve Bank of India è intervenuta direttamente sul mercato valutario per frenare la caduta della rupia, mentre gli investitori stranieri hanno ritirato un record di 23 miliardi di dollari dalle borse locali da inizio anno, secondo l’agenzia Bloomberg.

Lo Sri Lanka — che aveva appena faticosamente stabilizzato la propria situazione dopo la crisi del 2022 — vede ora la sua valuta sotto attacco speculativo: gli importatori comprano dollari in anticipo, gli esportatori ritardano le conversioni, amplificando il movimento.

In Indonesia, Bank Indonesia ha già bruciato oltre 10 miliardi di dollari di riserve in interventi sul mercato spot, ma il risultato è stato insufficiente: la rupia è la seconda valuta peggiore dell’Asia nel 2026, dopo la rupia indiana.

Per i mercati finanziari, lo scenario apre una forbice difficile da chiudere. Le banche centrali si trovano in un classico dilemma: alzare i tassi per difendere le valute e attirare capitali, ma frenando un’economia già sotto shock da caro-energia. Non alzarli, e rischiare un’ulteriore fuga di investitori. Bank Indonesia sembra orientata al rialzo, con la maggioranza degli analisti censiti da Bloomberg si attende un rialzo di 25 punti base. Ma come ha ricordato Capital Economics, un singolo rialzo offrirebbe solo un sollievo temporaneo senza un cambio strutturale nell’orientamento delle politiche economiche.

Il parallelo con la crisi asiatica del 1997-98 e con il “taper tantrum” del 2013 aleggia nei report degli analisti. Quest’ultimo episodio — quando la Federal Reserve si limitò ad anticipare una futura riduzione degli acquisti di titoli, senza ancora agire, e bastò a innescare una fuga di capitali massiccia dai mercati emergenti — ricorda quanto rapidamente il sentiment possa invertirsi anche in assenza di un deterioramento immediato dei fondamentali. Non perché la situazione attuale sia identica, ma perché il meccanismo di fondo — deterioramento dei conti correnti, riserve valutarie in calo, fiducia degli investitori che si erode — è lo stesso. La differenza, questa volta, è che lo shock non viene da Washington ma da un conflitto in Medio Oriente senza una scadenza visibile.

Foto di Iqbal Nuril Anwar

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