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Tassi BCE, ma è già ora di rialzarli?

Le dichiarazioni di alcuni membri del board BCE hanno riacceso il dibattito sulla politica monetaria dell’area Euro. Per Schnabel – ma anche per i mercati – la prossima mossa sarà un rialzo dei tassi.

Mentre gli investitori ragionano sulle decisioni prese all’Eccles Building di Washington, vale a dire l’ultima mossa della Federal Reserve, al di qua dell’Atlantico il dibattito sulla politica monetaria sembra improvvisamente riaccendersi.

In un mondo che va sempre più veloce, infatti, anche la durata dei cicli di politica monetaria pare stia decisamente riducendosi. Proprio ieri l’agenzia Bloomberg ricordava come i rendimenti globali dell’obbligazionario a 10 anni siano tornati a salire, toccando alla vigilia della riunione Fed il massimo dal 2009. Un segnale chiaro: gli investitori sospettano che il ciclo globale di normalizzazione della politica monetaria sia già giunto ai titoli di coda. Nel 2026 potremmo quindi assistere a poche mosse da parte delle banche centrali e per la maggior parte tese a rialzare i tassi (Giappone e Australia le prime indiziate) e non a ridurli.

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Tra gli istituti che adotteranno una strategia wait and see c’è sicuramente la banca centrale europea. Se fino a qualche settimana fa si ipotizzava la necessità di qualche ulteriore taglio dei tassi per ravvivare la domanda ed evitare che l’inflazione si mantenga troppo a lungo sotto il target, negli ultimi giorni le dichiarazioni di membri illustri del board BCE hanno delineato un quadro molto diverso.

L’intervento di Isabel Schnabel è stato sicuramente il più incisivo, anche sui mercati. Cos’ha detto Schnabel? “Sia i mercati che i partecipanti ai sondaggi si aspettano che la prossima mossa sarà un rialzo, anche se non a breve termine”, ha dichiarato la settimana scorsa da Francoforte. E ha aggiunto di essere “piuttosto a suo agio” con queste aspettative.

La sua convinzione si basa sulla resilienza dell’economia europea di fronte alla tempesta dei dazi scatenata da Donald Trump. I consumatori hanno beneficiato di rapidi aumenti salariali e di una disoccupazione ai minimi storici, mentre condizioni di finanziamento favorevoli e l’adozione dell’intelligenza artificiale stanno sostenendo gli investimenti. “La crescita è stata molto più shock sul fronte del commerciale internazionale dalla Seconda Guerra Mondiale”, ha sottolineato Schnabel, anticipando che le proiezioni di crescita potrebbero essere riviste al rialzo nel meeting di dicembre.

Su quest’ultimo punto – importante per capire quale postura potrà prendere la politica monetaria dell’area – anche la presidente Christine Lagarde ha confermato un outlook più ottimistico, evidenziando che l’Unione Europea non ha reagito con ritorsioni ai dazi americani, l’euro non si è deprezzato e il mercato del lavoro è rimasto robusto.

In definitiva, leggendo tra le righe, appare chiaro che per il momento non ci sono elementi che depongano a favore di una politica monetaria espansiva, anzi. Sul fronte inflazione, Martins Kazaks, governatore della banca centrale lettone, ha notato che pur essendo vicina al target del 2%, c’è stato “un certo aumento di momentum recentemente”, con l’inflazione core e i prezzi dei servizi che richiedono un monitoraggio costante. E si ritorna quindi all’idea di Schnabel, più rischi lato prezzi che lato crescita.

Ma con i mercati giunti a prezzare una probabilità del 50% di un rialzo dei tassi nel 2026 da parte della banca centrale, altri membri del board hanno provato a buttare acqua sul fuoco. Il francese Francois Villeroy de Galhau ha avvertito che i rischi di un’inflazione troppo bassa sono almeno altrettanto significativi di quelli al rialzo: un euro più forte e importazioni cinesi più economiche potrebbero sottrarre 0,2 punti percentuali all’inflazione nel 2027. La BCE, ha assicurato, non tollererebbe un persistente undershooting del target.

Il quadro che emerge è quello di una banca centrale che ha trovato il suo punto di equilibrio ma resta vigile, pronta a muoversi in entrambe le direzioni se necessario.

Foto di MichaelM

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