Il Senato americano ha confermato Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve con un voto di 54 a 45, il margine più stretto mai registrato per la guida della banca centrale statunitense. Scelta estremamente divisiva, basti pensare che un solo democratico — John Fetterman della Pennsylvania — ha attraversato le linee di partito per sostenere la nomina. Un contrasto netto con il passato: Alan Greenspan, per fare un esemio, fu riconfermato all’unanimità nel 2000.
Il dato politico è rilevante: una maggioranza così fragile alimenta i dubbi sull’effettiva autonomia di Warsh rispetto alle pressioni di Donald Trump, che ha più volte dichiarato di aspettarsi tagli ai tassi in tempi rapidi. Warsh ha promesso che la politica monetaria resterà “strettamente indipendente”, ma il nodo resta aperto.
Il problema è che il contesto macroeconomico rende qualsiasi allentamento tutt’altro che scontato. A ricordarlo è Susan Collins, presidente della Fed di Boston, intervistata dal Wall Street Journal: Collins non esclude che la banca centrale possa dover alzare i tassi se le pressioni inflazionistiche si allargassero oltre l’energia. I tre segnali che monitora con attenzione sono le aspettative di inflazione di famiglie e imprese — già ai massimi storici — la diffusione dei rincari ad altri beni e servizi, e la trasmissione dei dazi lungo la catena dei prezzi.
Warsh eredita una Fed in bilico, con i mercati che guardano non solo a cosa farà, ma a quanto potrà farlo liberamente.
Foto di Adam Fagen





