C’è una frase nel discorso di Mario Draghi ad Aquisgrana – pronunciato ieri in occasione del Premio Carlo Magno di Aquisgrana – che vale più di molti rapporti economici: metà del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, dove i rendimenti sono più alti e il rischio viene remunerato meglio.
Non è un’accusa agli investitori. È una diagnosi. L’Europa produce risparmio in abbondanza, ma non riesce a trasformarlo in investimento produttivo interno. Il risultato è paradossale: il continente che si lamenta del ritardo tecnologico rispetto agli Stati Uniti contribuisce, attraverso i propri capitali, ad alimentare quella stessa crescita americana.
Draghi ha quantificato anche il costo di questo meccanismo: dal 2019, il divario di produttività oraria tra Europa e Stati Uniti si è ampliato di nove punti percentuali. Un dato che non riguarda il tenore di vita in senso stretto, ma rivela una divergenza crescente nella capacità produttiva — e dunque nel potenziale di crescita futuro.
La causa, secondo Draghi, non è la mancanza di risorse. È la scelta, fatta nel tempo, di un “percorso più difensivo”: limitare il consolidamento, vincolare il rischio, rinviare gli investimenti transfrontalieri. Una strategia pensata per controllare le perturbazioni che ha prodotto, invece, dipendenza.
Il nodo dei mercati dei capitali europei non è nuovo. Ma raramente viene detto con questa chiarezza, in questa sede, davanti a questo pubblico. Ora la domanda è: al terzo tentativo (o quarto, abbiamo perso il conto), riusciranno le parole e i numeri dell’ex governatore BCE a smuovere la politica europea?
Foto di Oleg Mityukhin





