In sintesi
- Brent ad aprile 2026 in una forchetta tra 103–120 dollari al barile, +46% dall’inizio del conflitto
- Francia: indagine Banque de France (8.500 imprese) segnala stagnazione nei servizi e rischio contrazione a maggio
- Germania: PIL Q1 2026 in lieve crescita (+0,1%), ma inflazione balzata al 2,8% annuo a marzo
- Italia: PIL Q1 +0,2%, fiducia imprese a 95,2 ad aprile (Istat), minimo da oltre due anni
Una cosa, in tutto il gran caos di questi mesi, sembra essere ben chiara a tutti: l’importanza per l’economia mondiale dello Stretto di Hormuz. E quando questa striscia d’acqua rimane bloccata, l’onda d’urto non si ferma alle acque del Golfo. Arriva nelle fabbriche di Lione, nei cantieri della Ruhr e nei capannoni della pianura padana, sotto forma di bollette energetiche, margini compressi e ordinativi incerti. Le banche centrali dei tre maggiori Paesi dell’Eurozona hanno iniziato a misurarne la portata, e i dati che emergono raccontano storie simili nei fondamentali ma divergenti nei dettagli. Proviamo a fare un parallelo.
La Francia è quella che mostra le crepe più visibili. Il sondaggio mensile della Banque de France, condotto su 8.500 imprenditori, fotografa un’industria e un settore delle costruzioni che hanno rallentato già ad aprile e rischiano di contrarsi a maggio; i servizi segnalano stagnazione e prevedono calo il mese prossimo. Il 13% delle imprese industriali riporta difficoltà di approvvigionamento, e la quota di aziende che aumenta i prezzi è tornata ai livelli più alti da giugno 2022, quando la Russia aveva appena invaso l’Ucraina. Il PIL del primo trimestre, già sorprendentemente piatto contro le attese di +0,3%, fa da sfondo a un quadro che il capo economista della banca centrale Xavier Debrun ha sintetizzato in modo netto: «Vediamo i primi segnali dello shock». Il fatto che un Paese che fino a poche settimane fa veniva descritto come “notevolmente resiliente” stia già cedendo terreno pone interrogativi sull’intera area euro.
La Germania si trova in una posizione paradossale. Il Monthly Report della Bundesbank di aprile stima che il PIL del primo trimestre 2026 sia cresciuto leggermente in termini reali, trainato da vendite ed export industriali positivi a gennaio e febbraio. Ma si tratta di dati che precedono il pieno dispiegarsi dello shock energetico: gli economisti di Francoforte avvertono esplicitamente che gli effetti del conflitto nel Medio Oriente si materializzeranno «più avanti, nella maggior parte dei casi». Nel frattempo il Brent ha raggiunto 103 dollari al barile a fine aprile (+46% dall’avvio del conflitto), l’HICP è balzato a +2,8% annuo a marzo (da +2,0% a febbraio) e i consumi privati hanno già frenato bruscamente, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie. Con un tasso di disoccupazione al 6,3% e nessun indicatore che segnali una ripresa occupazionale, la Germania è in equilibrio precario: la solidità attuale riflette inerzia più che forza.
L’Italia presenta un quadro per certi versi meno esposto nell’immediato, ma altrettanto vulnerabile nelle aspettative. Il PIL del primo trimestre è cresciuto dello 0,2% secondo la stima preliminare Istat, e la produzione industriale a marzo ha segnato il secondo incremento congiunturale consecutivo (+0,7%). Tuttavia l’indagine della Banca d’Italia, condotta a cavallo dello scoppio del conflitto nel Golfo Persico, documenta un deterioramento marcato dei giudizi sul quadro macro: la domanda si è indebolita in tutti i settori, inclusa la componente estera dell’industria, e le condizioni per investire sono peggiorate sensibilmente. Ad aprile l’indice di fiducia delle imprese rilevato dall’Istat è sceso a 95,2 (da 97,3), mentre l’indice dei prezzi al consumo ha accelerato al 2,9% tendenziale (da +1,6% a marzo), spinto da energia e alimentari. Le aspettative delle imprese sull’inflazione al consumo restano al di sotto del 2% su tutti gli orizzonti — un segnale che lo shock è percepito come temporaneo — ma i margini vengono già compressi per non trasferire interamente i rincari sui listini. Ed è chiaro che il tempo – inteso come durata della crisi – non gioca certo a favore.
Ed eccolo il tema comune a tutte e tre le grandi economie europee e non solo: l’incertezza sulla durata di questa crisi. Lo shock resterà contenuto al ciclo di breve o inizierà ad erodere le aspettative abbastanza da cambiare i comportamenti di investimento nel medio termine?
Dal canto suo la BCE si trova stretta tra segnali inflattivi persistenti e una domanda in frenata, con il Consiglio Direttivo che ha lasciato invariati i tassi all’ultimo meeting ma ha aperto alla possibilità di un rialzo a giugno.





