Kim Yong-beom, capo dell’ufficio di pianificazione politica della presidenza sudcoreana, ha lanciato una proposta destinata a far discutere: una parte delle entrate fiscali generate dal boom dell’intelligenza artificiale dovrebbe essere ridistribuita ai cittadini sotto forma di “dividendo nazionale”. L’idea – condivisa in un post su Facebook e ripresa da diverse agenzie di stampa – ha scosso i mercati: il Kospi ha perso fino al 5,1% prima di recuperare, dopo che lo stesso Kim ha chiarito di puntare sulle entrate fiscali in eccesso, non su una nuova tassa diretta sugli utili aziendali.
Il ragionamento è più solido della volatilità di borsa farebbe pensare. La Corea del Sud, grazie a Samsung e SK Hynix — fornitori chiave di chip HBM per l’infrastruttura AI globale — si trova in una posizione di scarcità strutturale difficilmente replicabile. Kim parla esplicitamente di un’economia che si avvicina al “monopolio tecnologico”, con profitti in eccesso destinati a durare. Il modello citato è il fondo sovrano norvegese: stessa logica, diversa materia prima (IA al posto del petrolio). Tra gli usi ipotizzati per il dividendo: capitale di avvio per i giovani, reddito di base per le comunità rurali, sostegno agli artisti, rafforzamento delle pensioni.
In Europa il dibattito è più avanzato sul piano fiscale, ma fermo sulla redistribuzione. Circa la metà dei paesi OCSE europei ha introdotto o proposto una Digital Services Tax, con aliquote che in Italia, Francia e Spagna si attestano al 3%. Secondo stime del Centre for European Policy Studies, un’imposta del 5% sui servizi digitali avrebbe potuto generare fino a 37,5 miliardi di euro nell’UE entro il 2026. Un potenziale considerevole, ma finora incanalato nella fiscalità generale — non in un meccanismo esplicito di ritorno ai cittadini. La proposta coreana introduce esattamente questo passaggio mancante: non solo tassare il surplus, ma restituirlo in modo strutturale.
Foto di Boskampi





