Ancora più pressione sulla FED

I dati macro delle ultime settimane mettono ancora più pressione sulla FED, l’economia rallenta più del previsto mentre i prezzi non scendono così velocemente come si desiderava. Attendere potrebbe essere l’unica cosa da evitare.

Nella giornata di lunedì sono arrivati i dati del sondaggio IMS del settore manifattura. Certo, non il motore principale dell’economia statunitense, ma comunque una fetta non trascurabile. L’indicatore è sceso a 48.7 punti, meno delle attese e secondo mese consecutivo sotto la soglia dei 50 punti, lo spartiacque tra espansione (sopra 50) e contrazione. A mancare sono soprattutto i nuovi ordini (domanda in calo), mentre sul fronte dei prezzi la pressione, pur riducendosi, rimane ancora piuttosto alta (57 punti il sottoindice, secondo maggior valore dal luglio del 2022).

Martedì è stata la volta del dato sulle offerte di lavoro. Nel mese di aprile il numero di posto vacanti è sceso a quota 8.058 milioni, minimo dal febbraio del 2021 e meno anche delle attese degli analisti. Il tasso di uscita volontario si conferma per il sesto mese consecutivo al 2.2%. I cali più consistenti si registrano nel settore dei servizi alla persona e più in generale i tassi di assunzione si abbassano proprio nel settore servizi (il serbatoio principale per l’occupazione USA).

Altro dato interessante è quello relativo al Logistics Manager’s Index, l’indicatore che monitora lo stato di salute del settore della logistica statunitense. Nel mese di maggio l’indice è salito a 55.6 punti, rimbalzando dal minimo a quattro mesi registrato ad aprile. A determinare questa riaccelerazione è stata soprattutto la componente prezzi, passata da 44.1 (contrazione) a 57.3 (massimo dal giugno del 2022). Con questi risultati la componente prezzi supera quella relativa alla capacità di quasi 18 punti, un elemento che indica la permanenza di un momento di difficoltà per il settore.

Come interpretare questi numeri e cosa attendersi dalla FED nei prossimi mesi? Tutto sembra dipendere dalla volontà o meno da parte della banca centrale di tornare a tenere in considerazione entrambi gli obiettivi della sua politica monetaria: i prezzi e la crescita. I dati macroeconomici delle ultime settimane, aggiungiamoci anche la revisione al ribasso della crescita nel primo trimestre, sembrano indicare un rallentamento più marcato del previsto per l’economia USA. Dall’altro lato l’inflazione sembra volersi stabilizzare su livelli leggermente superiori al target ma continua a mordere sui bilanci delle famiglie (sondaggi sulla fiducia dei consumatori e ricorso al credito al consumo sono lì a ricordarcelo).

Mettendo assieme il tutto la logica conseguenza sarebbe quella di rivedere l’attuale livello di intesità della politica monetaria restrittiva senza tuttavia abbandonarla. Quindi riducendo i tassi, ma mantenendosi sopra (e a questo punto per un periodo prolungato) al tasso neutrale. Un colpo al cerchio ed uno alla botte, si potrebbe dire in altri termini. Operazione possibile e relativamente indolore finchè la domanda interna regge il colpo.

Foto di Arek Socha

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