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Low hire, low fire. Il mercato del lavoro bloccato visto dal Canada

In un interessante discorso al CIRANO di Montréal, Nicolas Vincent descrive la fase di “low hire – low fire” del mercato del lavoro in Canada. Vale a dire la presenza di bassa mobilità sia in entrata che in uscita, frutto di elementi congiunturali, ma anche strutturali.

Da inizio 2025, secondo i dati della Banca del Canada, l’economia canadese ha creato in media circa 6.000 posti di lavoro al mese — contro i 34.000 mensili del 2024. Eppure il tasso di licenziamento è rimasto basso e stabile. Come può crescere la disoccupazione — passata dal 5% dell’inizio 2023 al 6,9% di aprile 2026 — senza un aumento dei licenziamenti?

La risposta è nelle assunzioni, o meglio nella loro assenza. La capacità dei disoccupati di trovare lavoro è ai minimi degli ultimi trent’anni (Bank of Canada, maggio 2026). Non è che le imprese stiano espellendo lavoratori: semplicemente, ne assumono pochissimi. Ed è questo il fenomeno che Nicolas Vincent, nel suo intervento al CIRANO di Montréal, descrive: un mercato “low hire – low fire”, vale a dire con una bassa mobilità sia in entrata che in uscita. Un mercato che si è fermato, in un certo senso.

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Le conseguenze di questa particolare fase del mercato del lavoro si misurano soprattutto su chi è rimasto fuori. La quota di disoccupati che cerca lavoro da più di sei mesi non era mai stata così alta dal 2000, pandemia esclusa. I giovani pagano il conto più salato: il tasso di disoccupazione under 24 è passato dal 9% del 2022 — minimo storico — a oltre il 14%. Rappresentano quasi un quarto dei disoccupati di lungo periodo, con una quota più che raddoppiata in soli quattro anni. Un andamento peggiore di quello registrato durante la recessione dei primi anni Novanta e la crisi finanziaria del 2008-09.

Dietro questi numeri e al fenomeno del low hire – low fire Vincent individua forze di due tipi diversi. Alcune sono congiunturali: l’incertezza sui dazi americani ha spinto le imprese ad adottare un atteggiamento attendista, congelando le assunzioni prima ancora di fare tagli. Ma altre sono strutturali: l’invecchiamento demografico porta le imprese a trattenere i lavoratori senior esperti invece di formare nuove leve; le offerte di lavoro richiedono sempre più esperienza pregressa, mentre la quota di persone che non hanno mai lavorato ha superato il 19% tra i disoccupati; i tassi di trovare impiego sono calati di più proprio nelle professioni più esposte all’intelligenza artificiale.

Ed è qui che il discorso fa un salto di qualità che va oltre il Canada. Vincent è esplicito: la politica monetaria ha strumenti efficaci per gestire le fluttuazioni cicliche — alzare i tassi quando la domanda è eccessiva, abbassarli quando rallenta. Ma di fronte a una trasformazione strutturale, quegli stessi strumenti diventano in parte inutili e in parte rischiosi. Stimolare la domanda quando il problema è un disallineamento tra competenze disponibili e competenze richieste non crea lavoro: rischia di alimentare inflazione ritardando la ristrutturazione necessaria.

Ecco un’altra particolare complessità dei tempi che stiamo vivendo, vale a dire l’incrocio – delicatissimo – tra elementi congiunturali ed elementi strutturali che stanno cambiando il mercato del lavoro in profondità. Pensare che la politica monetaria possa da sola affrontare queste sfide è semplicemente irragionevole.

Foto di Pawel Szymczuk

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