Due guerre, due shock, e una memoria che non dimentica. È il filo conduttore dell’ultimo post pubblicato oggi sul blog della BCE, firmato da sei ricercatori tra cui Olivier Coibion dell’Università del Texas e Dimitris Georgarakos della stessa Banca centrale europea. Al centro dell’analisi ci sono i dati dell’Indagine sulle Aspettative dei Consumatori (CES) di marzo 2026: nel mese successivo all’inizio del conflitto in Iran, le aspettative medie di inflazione a dodici mesi sono salite di circa 2,5 punti percentuali, mentre quelle di crescita sono scese di 1,2 punti. Un quadro che richiama da vicino quello del febbraio 2022, all’indomani dell’invasione dell’Ucraina.
La novità concettuale introdotta dal post è quella della “doppia cicatrice”. Un tema già sottolineato da Philip Lane qualche settimana fa. I consumatori europei arrivano a questo nuovo shock avendo già metabolizzato due traumi: la fiammata inflazionistica post-pandemica e la guerra in Europa. Chi ha vissuto periodi di alta inflazione tende a restare più vigile sui prezzi anche dopo la normalizzazione. Non a caso, la quota di consumatori che dichiara di prestare molta attenzione ai prezzi era ancora al 41% nell’agosto 2025 — ben sopra i livelli pre-crisi — ed è risalita quasi al 50% in marzo 2026.
Il rischio più rilevante riguarda le aspettative a medio termine. Quelle a tre anni sono cresciute di 0,87 punti percentuali dopo lo scoppio del conflitto, partendo però già da un livello più alto rispetto al 2022. Gli autori non escludono ulteriori revisioni al rialzo.
Un elemento parzialmente rassicurante è la fiducia nella BCE, più elevata oggi rispetto a quattro anni fa. I consumatori con maggiore fiducia nell’istituzione hanno rivisto le proprie aspettative in misura significativamente minore. Comunicazione e credibilità, concludono gli autori, restano gli strumenti fondamentali per evitare un disancoraggio delle aspettative di inflazione.
Foto di Sven Förter





