Mercato obbligazionario. Fra Treasury a 5 anni ed appelli inascoltati

Acque agitate sul fronte del mercato obbligazionario, con il Treasury a 5 anni osservato speciale ed il preoccupante disinteresse nei confronti delle rassicurazioni della FED.

Sono stati giorni decisamente intensi quelli vissuti settimana scorsa sui mercati obbligazionari. Nella giornata di giovedì si è assistito addirittura ad un sell off in grande stile, con il rendimento dei Treasury a 10 anni passato da 1.5% a 1.6% in una manciata di minuti.

Cosa sta succedendo e soprattutto a cosa dobbiamo guardare per capirci qualcosa? Un buon punto di partenza è senza dubbio il movimento del Treasury con scadenza a 5 anni. Giovedì il rendimento di questa scadenza ha chiuso con 22 punti base in più rispetto al giorno precedente, scavallando la soglia psicologia dello 0.75%, superata la quale gli investitori lanciano l’allarme sul mercato obbligazionario.

Perchè questa scadenza ed il suo rendimento sono importanti? Perchè è su questa scadenza che vengono riversate le aspettative dei tassi a lungo termine della FED. In altre parole un aumento del rendimento dei titoli a 5 anni è conseguenza di aspettative di un innalzamento dei tassi di interesse da parte della FED.

Stando ai dati attuali gli investitori si attendono il primo rialzo dei rendimenti dei FED Funds a marzo del 2023, tre mesi prima di quanto ipotizzato solo poche settimane fa. Inoltre l’aspettativa è per un livello dei tassi a 50 punti base già nel 2024.

Ora, sul sell off di giovedì pare abbiano influito in maniera considerevole aspetti tecnici, come ad esempio una deludente asta di titoli di stato USA a 7 anni. Resta tuttavia una tensione di fondo sul tema inflazione ed emerge un aspetto che merita di essere sottolineato.

Sul primo punto c’è poco da dire. Le aspettative di inflazione sono in netto aumento, specie negli USA. La grande massa di liquidità pronta ad essere spesa una volta “normalizzata” la situazione, ed il mega piano di spesa pubblica che il Congresso si appresta a varare, fanno ritenere probabile una forte spinta sui consumi ed una conseguente pressione sui prezzi.

Il secondo punto è interessante. Con i mercati che continuavano a guardare i rendimenti reali riavvicinarsi a zero (ora sono in territorio negativo, manna per i mercati azionari), sia la FED che la BCE sono corse ai ripari con le dichiarazioni dei loro massimi rappresentanti. In particolare la FED, per bocca di Powell e non solo, ha ribadito che un rialzo dei tassi di interesse in questo momento non è all’ordine del giorno e che la banca centrale attenderà che l’inflazione si stabilizzi oltre il target del 2% prima di ipotizzare un intervento.

Eppure il mercato è sembrato totalmente sordo a queste parole. Non un bel segnale, perchè l’autorità monetaria ha nella comunicazione ai mercati una delle sue armi più utilizzate ed efficaci. E’ evidente che i mercati si aspettano qualcosa di più per calmarsi: un controllo della curva anche sulle scadenze a lungo? Una parola più chiara sulle tempistiche del tapering (il rientro dal Quantitative Easing)?

Domande a cui Powell dovrà velocemente trovare una risposta per evitare una definitiva capitolazione della banca centrale di fronte alle richieste, avide di liquidità a basso costo, dei mercati finanziari.

Foto di Nicholas Demetriades

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