Indiziati di inflazione

Ci sarà o non ci sarà una fiammata dell’inflazione nel dopo pandemia? Mentre se ne continua a parlare emergono più nitidi i profili degli “indiziati di inflazione”

Da quando, circa a metà primavera, abbiamo iniziato a parlarne, il dibattito sul comportamento dei prezzi al consumo all’indomani della pandemia non ha mai smesso di essere alimentato. Inflazione o deflazione? E giù ipotesi e ragionamenti a favore dell’uno o dell’altro scenario.

In realtà un segnale chiaro ed univoco non si è ancora manifestato, ma negli ultimi mesi si sono fatti sempre più netti i profili di quei fattori che potremmo definire “indiziati di inflazione”. Proviamo a riassumerli un istante.

Effetto pandemia sui risparmi

Uno degli effetti delle restrizioni anti contagio, chiusura di negozi e ristoranti, stop a viaggi e turismo, è stato anche l’aumento della quota di soldi risparmiati da parte di una certa fascia di lavoratori. Un recente calcolo fatto da S&P Global parla di trilioni di dollari messi da parte e pronti ad essere spesi una volta che si tornerà ad una vita normale. Le percentuali parlano da sé. Nel secondo trimestre 2020 il tasso di risparmio delle famiglie americane ha toccato il 25.8%, era al 7.3% di fine 2019. In Gran Bretagna, sempre nel secondo trimestre, ha raggiunto e superato il 27% (7.7% prima della crisi). Risparmi notevolmente aumentati anche nell’Eurozona (12% da 6% pre crisi) e Giappone (addirittura 21.8% dal 4.4% pre-crisi).

Stando ad un sondaggio commissionato da Bloomberg una buona percentuale di cittadini USA pensa di mettere da parte anche i possibili soldi che arriveranno dal governo federale sotto forma di stimolo fiscale.

Quantità e tempistiche suggeriscono un possibile effetto shock sulla domanda a partire, verosimilmente, dalla seconda metà del 2021. E sappiamo bene che uno shock positivo della domanda non fa altro che alzare i prezzi, anche solo nel breve termine, per quel tempo necessario ad adeguare la produzione. Un meccanismo che porterebbe ad un aumento dell’inflazione. Del resto le aspettative dei consumatori, lo abbiamo visto, si stanno già adeguando.

Ritorno della domanda e pressione sulle materie prime.

Ad incidere sui prezzi al consumo sono anche i prezzi delle materie prime, altro fattore che rientra in pieno tra gli indiziati di inflazione. E dalla riaccensione dei motori dell’economia cinese, con l’aiuto del dollaro debole, le materie prime hanno intrapreso un interessante cammino di crescita. Sia i prodotto agricoli, sia i metalli industriali hanno inziato a testare massimi di medio termine. Un comportamento che ha portato Marko Kolanovic, analista di JP Morgan, ad ipotizzare l’inzio di un nuovo superciclo per le materie prime. Sarebbe il terzo dagli anni 60 dello scorso secolo ad oggi ( i picchi precedenti nel 1970 e nel 2008).

A corto di chip

Il virtuale è stato protagonista indiscusso del lockdown. Dal lavoro remoto all’insegnamento a distanza. Dalle videochiamate alle interminabili sessioni di gioco, pc e smartphone hanno registrato un aumento vertiginoso della domanda. Una faccenda che ha costretto i grandi produttori di semiconduttori a ribilanciare la produzione, privilegiando le soluzioni per hi-tech e tralasciando quelle per l’automotive.

Il risultato è che, alla ripresa della produzione, il settore automobilistico si è trovato a corto di chip. Tanto che alcuni marchi, come ad esempio Ford, sono stati costretti a sospendere linee di produzione.

I microchip sono l’esempio di uno shock dell’offerta, con quest’ultima incapace di soddisfare la domanda ed i prezzi che, a questo punto, tendono a salire.

Il petrolio brucia ancora

Siamo sempre nel campo delle materie prime. Il petrolio è un altro di quegli indiziati di inflazione che gli analisti guardano con sospetto crescente. I prezzi sono tornati nel giro di pochi mesi sopra i 50 dollari e la dinamica della domanda, unita ai tagli di produzione concordati dall’OPEC, sembra indicare ulteriori rialzi del prezzo in vista. L’outlook di breve dell’EIA (ne abbiamo accennato qui) indica chiaramente un trend al rialzo della domanda. Ed un discorso analogo sembra essere utilizzabile per il gas naturale (qui addirittura ci sono previsioni di aumenti del prezzo di oltre il 40%).

Che i prezzi dell’energia abbiano a che fare con l’inflazione sembra superfluo ricordarlo.

Recovery plan = inflazione?

Sul banco degli indiziati di inflazione rischiano di finire anche i piani di sostegno fiscale che, al qua e al di là dell’oceano, si stanno preparando in queste settimane. Negli USA, come sappiamo, c’è molta attesa per il maxi piano di spesa (e di debito) che l’amministrazione Biden ha promesso in campagna elettorale. Un mega stimolo fiscale che, nelle intenzioni, vuole ravvivare la domanda interna resa anemica dalla crisi pandemica. Ma i prezzi possono improvvisamente tornare a salire anche di fronte alla riduzione di misure emergenziali. E’ il caso della Germania, dove la fine della “moratoria” sull’IVA ha portato l’inflazione ben oltre le attese già a gennaio. In questo caso, però, si tratta di fiammate improvvise e, se non sostenute da una ripresa della domanda, di breve termine (lo ricordava anche la Commissione Europea in settimana).

Questo nutrito gruppetto di indiziati avrebbe sulla coscienza il rialzo dei prezzi al consumo. Un fenomeno che ha conseguenze dirette ed indirette sui mercati finanziari. Il rialzo dei tassi di interesse da un lato, ed il rafforzamento di alcune valute dall’altro, inciderebbero immediatamente sul mercato azionario ed obbligazionario (conseguenza diretta). Un ritorno dell’inflazione negli USA ed una azione calmante della FED rafforzerebbe il dollaro (che già qualche segnale di ripresa lo sta mostrando). Un dollaro forte impatterebbe sulle economie emergenti, facendo scappare capitali e deteriorandone il quadro finanziario ed economico (conseguenza indiretta).

Foto di Gerd Altmann

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