Cambiamenti climatici. I costi delle imprese diventano rischi per gli investitori

Per quanto l’attualità continui a pungolarci, i cambiamenti climatici sono ancora in larga parte percepiti come qualcosa di lontano nel tempo. Eppure, se vogliamo mantenere il pianeta abitabile anche per i nostri nipoti e pronipoti, il tempo rimasto per agire è pochissimo.

La visione del futuro è da sempre patrimonio delle migliori imprese e molte di queste hanno già iniziato un percorso di adattamento che passa, necessariamente, anche attraverso l’individuazione, in primo luogo, dei costi – e dei rischi – legati ai cambiamenti climatici e, successivamente, del modo in cui affrontarli. Una descrizione di quali siano questi costi e dei rischi finanziari connessi alla capacità o meno da parte delle imprese di affrontarli, ci viene data da Pierpaolo Grippa, Jochen Schmittmann e Felix Suntheim nel già citato “The Economics of Climate Change” dell’FMI

La categoria di costi più intuitiva è quella legata agli accadimenti meteo avversi. Gli esempi possono essere moltissimi. Pensiamo solo a quanto accaduto a Venezia qualche settimana fa. L’eccezionale ondata di acqua alta ha travolto e reso inutilizzabili locali e macchinari, paralizzando molte attività economiche. La sostituzione degli impianti ed i mancati introiti dovuti alla chiusura forzata sono esempi di costi fisici direttamente legati all’evento atmosferico avverso. Se ne potrebbero fare molti altri: la distruzione delle coltivazioni per le aziende agricole, la svalutazione di asset per gli istituti bancari o l’aumento dei risarcimenti per le compagnie assicurative.

Nei casi più gravi i costi fisici possono portare alla chiusura definitiva di un’impresa. L’esempio più eclatante è quello che il Wall Street Journal ha definito come “la prima bancarotta dovuta al cambiamento climatico”. Stiamo parlando di quanto successo alla compagnia energetica americana Pacific Gas and Electric, le cui attività sono state messe in ginocchio dai violenti, e per molto tempo incontrollati, incendi che hanno falcidiato la California.

I costi fisici legati ai cambiamenti climatici interessano tutti i settori, dall’agricoltura sino ai servizi finanziari ed il loro impatto sulla struttura finanziaria delle imprese è destinato a salire, in stretta correlazione con l’aumento della severità e della frequenza dei fenomeni meteorologici avversi. Per provare a rallentarne la crescita occorre, tra le altre cose, accelerare la transizione da un sistema ad alta emissione di CO2 verso un sistema a bassa (o meglio nulla) emessione di CO2. Solo riducendo la presenza di gas serra nell’atmosfera si può contrastare l’innalzamento della temperatura del pianeta ed evitare di superare il punto di non ritorno.

I costi legati a questa transizione sono l’altra grande sfida a cui le aziende sono chiamate. Il rinnovamento degli impianti produttivi, la riconversione energetica ma anche l’aumento della pressione fiscale dovuta all’introduzione della cosiddetta carbon tax. I costi della transizione sono tanto più pesanti e persistenti quanto più lento è l’adattamento dell’impresa al nuovo paradigma. Esempio ne è la tendenza, sempre più pronunciata, a non finanziare progetti poco o per nulla sostenibili dal punto di vista ambientale. La conseguenza è l’aumento degli oneri finanziari delle imprese più lente nell’attivare la transizione.

I costi e la loro gestione impattano sulla capacità delle imprese di generare valore e si traformano quindi in rischi per chi, in quelle imprese, deve investirci. Le società ad alto utilizzo di energia fossile stanno già scontando, in termini di quotazione borsistica, questa minore capacità di produrre ritorni nel lungo periodo rispetto ad aziende che hanno già avviato una transizione verso la green economy.

Rischi finanziari che sono alla base di un nuovo modo di investire, incarnato spesso dall’acronimo ESG. Di questo parleremo nel post di dopodomani.

Foto di David Mark

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