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Donne e università: meno cattedre aumentano il gender gap

Uno studio sull’esperienza spagnola mostra che le ricercatrici escluse dalla cattedra faticano molto più degli uomini a recuperare, mentre ogni promozione femminile produce effetti che si propagano per un decennio.

Uno dei tanti paradossi che alimenta il gender gap: in molti paesi le donne conseguono ormai quasi la metà di tutti i dottorati di ricerca, eppure restano una piccola minoranza nei ruoli accademici di vertice all’interno delle università; e nonostante i cambiamenti generazionali degli ultimi vent’anni, il divario non si riduce quanto ci si aspetterebbe. Perché? Un nuovo studio di Manuel Bagues e colleghi, pubblicato dal CEPR qualche giorno fa, individua un possibile punto critico: la maggior difficoltà per le donne di poter sfruttare una seconda possibilità.

Il terreno dell’analisi è la Spagna. Tra il 2002 e il 2008, il sistema universitario spagnolo richiedeva che ogni candidato ottenesse una qualifica nazionale — la cosiddetta habilitación — prima di poter essere nominato professore associato o ordinario. Le commissioni di valutazione venivano estratte a sorte all’interno di ciascun campo disciplinare, creando una variazione quasi-casuale nel giudizio ricevuto da candidati del tutto simili. Una lotteria involontaria, che ha offerto agli economisti le condizioni ideali per misurare cosa succede davvero quando il primo tentativo va storto.

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Il risultato di queste misurazioni? Dei candidati esclusi per un esito sfavorevole della commissione, circa il 60% non aveva ancora ottenuto una posizione stabile dopo dieci anni; il 50% nemmeno dopo quindici. Ma il costo non si distribuisce in modo uguale. Per gli uomini scartati in quella fase, la probabilità di ottenere la cattedra nel quindicennio successivo è inferiore di 29 punti percentuali rispetto ai promossi al primo tentativo. Per le donne, quel divario sale a 57 punti percentuali. In estrema sintesi: il mancato ottenimento di una cattedra, per una ricercatrice, ha un effetto quasi due volte più persistente e difficile da invertire.

Il dato forse più inatteso riguarda l’altro lato della storia. Quando un dipartimento promuove una donna al ruolo di professore associato, si innesca un effetto a cascata misurabile: nei quindici anni successivi quel dipartimento conta in media 1,5 docenti donne in più; nel decennio che segue, si registrano sei ricercatrici aggiuntive rispetto ai dipartimenti comparabili. La presenza femminile in cattedra non è solo un esito del sistema — è anche una delle sue variabili di input.

Da qui deriva la conclusione più rilevante sul piano della politica accademica. I sistemi di selezione nei quali il mancato conseguimento della cattedra è difficilmente recuperabile, e in cui tale evento accade negli anni di carico familiare più pesante — tra i trenta e i quarant’anni — penalizzano le donne in modo sproporzionato, anche in assenza di qualsiasi intenzione discriminatoria. Bastano regole neutrali applicate in un contesto asimmetrico per produrre esiti diseguali.

La domanda aperta che lo studio lascia in sospeso riguarda ciò che va perduto: quanto del talento accademico femminile svanisce non per scelta o incapacità, ma perché una commissione estratta a sorte ha detto no nel momento sbagliato?

Foto di vd dv

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