— non da SpaceX.
Oggi SpaceX debutta al Nasdaq con il ticker SPCX a 135 dollari per azione, a una valutazione compresa tra 1.750 e 2.000 miliardi di dollari: se confermata nelle prossime ore, sarebbe la più grande offerta pubblica iniziale della storia dei mercati finanziari, superando il record di Saudi Aramco del 2019. La narrativa che accompagna la quotazione è quella di una rivoluzione portata da nuovi protagonisti — SpaceX, Blue Origin, Rocket Lab — che tra il 2005 e il 2020 avrebbero rianimato un settore cristallizzato attorno ai grandi contrattisti della difesa. È una storia avvincente, ma non racconta tutto.
Una ricerca pubblicata questa settimana dal CEPR, basata sull’analisi dei brevetti del settore spaziale statunitense tra il 1976 e il 2014, documenta qualcosa di diverso. La più grande e sostenuta impennata nell’innovazione spaziale americana si è verificata negli anni Novanta, non dopo il 2005. I protagonisti non erano nuove imprese, e nemmeno la NASA, ma il tessuto delle aziende aerospaziali già attive — i cosiddetti incumbent. L’Agenzia Spaziale statunitense, in questo stesso periodo, ha mantenuto la propria attività brevettuale sostanzialmente piatta: l’incremento è quasi interamente riconducibile al settore privato già consolidato.
Più rilevante ancora: non si trattava di innovazione incrementale. Applicando una misura standardizzata di novità tecnologica basata sul contenuto testuale dei brevetti, lo studio mostra che la novità dei brevetti spaziali è salita nettamente nello stesso arco temporale. La crescita brevettuale degli anni Novanta non era carta straccia amministrativa.
La causa di questa accelerazione coincide con una serie di politiche pubbliche che in quel decennio hanno aperto mercati commerciali a valle del settore spaziale: la liberalizzazione del mercato dei satelliti commerciali, la privatizzazione di sistemi come Intelsat, le prime politiche orientate alla riduzione dei costi di lancio. Il governo, in questo schema, non ha agito come finanziatore diretto della ricerca, ma come costruttore di mercati in cui le imprese potevano appropriarsi dei ritorni dell’innovazione. È questa distinzione — costruire mercati anziché finanziare laboratori — che i dati indicano come decisiva.
La distribuzione geografica del fenomeno rinforza la lettura. L’incremento brevettuale degli anni Novanta si è concentrato nelle stesse aree metropolitane che erano state i centri degli investimenti dell’era Apollo trent’anni prima. Il capitale umano e le competenze accumulate erano rimaste latenti nei territori, quello che mancava erano i segnali di mercato adeguati a mobilitarli.
La quotazione di SpaceX avviene in un momento in cui l’Europa ridiscute la propria strategia spaziale e il ruolo del settore pubblico nell’innovazione avanzata. Il prospetto S-1 depositato alla SEC mostra ricavi 2025 a 18,7 miliardi di dollari — con Starlink come unica divisione in utile, grazie a 10,3 milioni di abbonati — ma anche una perdita netta di 4,9 miliardi e debiti per 29,1 miliardi. Il quadro che emerge dalla ricerca CEPR non contraddice il contributo dei nuovi entranti — SpaceX ha modificato strutturalmente i costi di lancio — ma suggerisce che la domanda rilevante per la politica industriale non è “chi finanziare”, bensì “quali mercati costruire”. Una domanda che raramente compare nei prospetti di quotazione.
Foto di Peter Thomas




