Con il petrolio quasi stabilmente sopra i 100 dollari al barile da mesi, i prezzi di energia e beni alimentari sono tornati prepotentemente al centro delle discussioni delle banche centrali. I canali che oggi stanno trasferendo gli effetti della crisi geopolitica sui prezzi sono sostanzialmente gli stessi attraverso i quali i cambiamenti climatici influiscono le principali variabili macro. Gli shock climatici, infatti, così come gli shock dal lato dell’offerta che stiamo vivendo in questi mesi, possono spingere inflazione e produzione in direzioni opposte. E se gli eventi climatici avversi diventano più frequenti e più gravi, le banche centrali si troveranno a gestire il dilemma stabilità prezzi/crescita economica molto più spesso.
Un rapporto pubblicato a luglio dal Network for Greening the Financial System, la rete che riunisce banche centrali e autorità di vigilanza sul tema climatico, ha provato ad indagare questo scenario, proponendo anche alcune soluzioni operative. Il messaggio centrale dello studio è che il cambiamento climatico inciderà sempre di più sull’obiettivo principale delle banche centrali, la stabilità dei prezzi. Se, come ovvio, spetta ai governi decidere le politiche più opportune per affrontare i cambiamenti climatici, alle banche centrali toccherà tenerne conto nelle proprie decisioni di politica monetaria.
La sfida per l’autorità monetaria sarà quella di riuscire a gestire gli effetti che arriveranno principalmente da due fronti.
Il primo fronte è quello dei danni fisici. Quando si verifica uno shock di offerta temporaneo, la prescrizione tradizionale è “guardare oltre” i suoi effetti immediati sui prezzi, senza alzare i tassi. Ma secondo gli autori del report, quando la causa è il clima questa strada si fa più stretta. Una serie di shock, ciascuno transitorio, può sommarsi nel tempo e produrre effetti persistenti su inflazione, crescita e aspettative. Allo stesso tempo gli eventi ripetuti consumano lo spazio di bilancio pubblico e le variazioni successive dei prezzi relativi rischiano di trasmettersi a salari, listi ed infine alle aspettative di inflazione. Il rapporto lo mostra con uno scenario di ondate di calore, siccità, alluvioni e cicloni ripetuti in diverse aree del mondo: il PIL scende e l’inflazione diventa più volatile, con gli effetti più forti negli anni ipotizzati di El Niño, il 2027 e il 2030.
Il secondo fronte è la transizione. Nelle simulazioni una tassa sulle emissioni dannose (carbon tax) allineata agli impegni nazionali può alzare l’inflazione e ridurre la produzione nel breve periodo, soprattutto nelle economie più dipendenti dai combustibili fossili. Qui entra in gioco la credibilità della politica. In una transizione ordinata e prevedibile, con aspettative ben ancorate, l’effetto sui prezzi resta moderato. Ma quando le misure sono inattese o poco credibili, l’inflazione sale di più e più in fretta. Contano anche le scelte di bilancio: reinvestire il gettito in sussidi verdi può compensare parte dei costi. Nel lungo periodo, in ogni caso, i costi della transizione sono inferiori ai benefici di evitare danni fisici più gravi.
C’è poi un effetto più profondo, sulla struttura stessa dell’economia. I danni fisici possono ridurre il valore delle garanzie, restringere il credito e aumentare l’incertezza, indebolendo l’efficacia della politica monetaria. Non solo. Gli shock climatici tendono anche a comprimere il tasso di interesse naturale, perché frena la produttività, aumenta il risparmio precauzionale e distrugge capitale. Solo una transizione ordinata, trainata dagli investimenti verdi, potrebbe riportarlo verso l’alto.
Per orientarsi il rapporto propone un percorso in cinque tappe:
- identificare lo shock;
- valutarne la propagazione;
- capire se genera un dilemma di politica monetaria;
- decidere e comunicare la decisione;
- monitorare e riesaminare.
Sulla comunicazione gli autori insistono in modo particolare. Riconoscere apertamente l’incertezza e spiegare i criteri della reazione servirà a mantenere ancorate le aspettative.
Ancora una volta emerge forte la necessità di una stretta collaborazione tra la politica fiscale e quella monetaria. Le banche centrali non fanno politica climatica, ma ne subiranno gli effetti in ogni caso, in modo tanto più pesante quanto più la transizione sarà disordinata.
Foto di Peggychoucair





