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Il sistema ETS europeo funziona, ma la vera decarbonizzazione industriale deve ancora arrivare

Un’indagine della Banca Europea per gli Investimenti su oltre 300 aziende manifatturiere mostra che i tagli più consistenti alle emissioni sono ancora da venire, mentre la Commissione europea si prepara a revisionare il sistema

Il sistema europeo di scambio delle quote di emissione (ETS) sta producendo l’effetto per cui è stato concepito: spingere le imprese a investire in tecnologie più pulite. Lo confermano i numeri aggregati, le emissioni dei settori coperti, elettricità e industria, si sono dimezzate rispetto al 2005. Ma un nuovo studio del think tank Bruegel, firmato da Debora Revoltella e Fotios Kalantzis, basato su un’indagine della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) condotta su oltre 300 imprese manifatturiere europee, mostra che la fase più impegnativa della trasformazione industriale è ancora da affrontare.

Il tema è di stretta attualità: da gennaio 2026 è iniziata la graduale eliminazione delle quote gratuite per il settore manifatturiero, e la Commissione europea ha presentato la revisione dell’intero sistema, l’ETS2, in un contesto di prezzi energetici volatili e crescenti preoccupazioni per la competitività industriale. Per capire come le imprese abbiano effettivamente reagito agli incentivi dell’ETS finora, la BEI ha condotto un’indagine mirata nel 2023 e nel 2025, raccogliendo risposte da un campione che rappresenta circa il 15% delle 2.000 imprese manifatturiere che utilizzano il sistema di scambio.

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I risultati sono in parte rassicuranti. L’80% delle imprese intervistate ha già una strategia di decarbonizzazione, spesso già in una fase avanzata: quasi la metà l’ha avviata più di cinque anni fa, e il 70% mantiene lo stesso livello di ambizione dell’anno precedente. Ma solo il 15% dichiara di aver già realizzato i tagli più consistenti alle proprie emissioni: il 64% prevede che il grosso della riduzione arriverà entro i prossimi dieci anni, e oltre un terzo entro cinque. In altre parole, il grosso del lavoro di decarbonizzazione industriale in Europa deve ancora essere fatto.

Un dato aiuta a capire quanto il sistema sia davvero vincolante: circa il 40% delle imprese si dichiara “acquirente netto” di quote, segno che i costi di acquisto superano i benefici finanziari e che l’ETS incide in maniera concreta sulle loro decisioni. Le altre imprese sono state finora protette dal cuscinetto delle quote gratuite, una protezione che andrà scomparendo proprio in un periodo nel quale l’andamento del prezzo delle emissioni diventa rilevante per un numero crescente di aziende.

Lo studio distingue anche tra imprese che si autodefiniscono leader (30%) e quelle che si considerano in ritardo (6%) rispetto ai concorrenti. I leader investono quasi la metà del proprio budget in decarbonizzazione, contro il 29% dei ritardatari, e sono motivati soprattutto da opportunità di mercato e appalti pubblici; i ritardatari rispondono più ai prezzi energetici e alla pressione regolatoria. Il sistema ETS è impattante, ma i timori di una delocalizzazione trovano poco riscontro nei dati del sondaggio: oltre il 94% delle imprese dichiara che spostare la produzione fuori dall’Unione per sfuggire alla regolazione non fa parte della propria strategia, e meno del 2% lo prevede nei prossimi cinque anni.

Il vincolo più citato da tutte le imprese, leader compresi, non è il costo del carbonio in sé, ma l’incertezza sulla sua traiettoria futura e su quella della regolazione. È un paradosso solo apparente: proprio le imprese che hanno costruito modelli di business attorno alla transizione sono le più esposte a un cambio di rotta improvviso. Gli autori indicano quindi nella prevedibilità del quadro normativo — più che nella sola severità del sistema — la vera priorità della revisione ETS in arrivo: senza un segnale di prezzo credibile nel tempo, il rischio è che la fase più decisiva della decarbonizzazione industriale europea resti, appunto, sempre quella successiva.

Foto di Marcin

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