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Climate litigation: cos’è e perché riguarda anche la finanza

Climate litigation: cos’è e perché riguarda anche la finanza

Gli ultimi numeri pubblicati dal Grantham Research Institute ci dice che il fenomeno del climate litigation (le cause e le denunce collegate ai cambiamenti climatici) sono in crescita esponenziale.

Partiamo senza indugi con una definizione. Con l’espressione climate litigation si indica l’insieme dei procedimenti giudiziari e quasi giudiziari in cui il cambiamento climatico costituisce una questione sostanziale, sul piano scientifico, politico o giuridico. Il concetto è più ampio di quanto sembri: non comprende solo le cause vere e proprie davanti a un tribunale, ma anche le denunce presentate alle autorità di vigilanza, i procedimenti amministrativi e le comunicazioni indirizzate a organismi internazionali.

Il complesso mondo del climate litigation si divide in tre grandi gruppi. Quello relativo alle cause “allineate” al clima, ossia quelle che chiedono un rafforzamento dell’azione climatica, da parte di governi o imprese. Le cause “anti-clima” che, all’opposto, mirano a rallentare, bloccare o far arretrare le politiche esistenti. Il terzo gruppo, dai tratti più sfumati, comprende le cause che non si oppongono all’azione climatica in sé, ma ne contestano le modalità di attuazione. È il caso, ad esempio, di lavoratori o comunità che si sentono penalizzati dalla transizione energetica, o di chi solleva conflitti tra obiettivi climatici e tutela della biodiversità.

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I numeri raccontano di un fenomeno in crescita esponenziale. A riassumerli è l’ultimo report del Grantham Research Institute. Dal 1986 a oggi sono state depositate oltre 3.600 cause climatiche in 62 Paesi, contro i 17 Paesi coinvolti solo un decennio fa. Oltre tre quarti del totale sono arrivate dopo l’Accordo di Parigi del 2015, e nel solo 2025 sono state depositate 249 nuove cause, con le prime iniziative registrate in Paesi come Guatemala, Kazakistan, Malesia e Singapore.

Gli Stati Uniti restano, con ampio margine, la giurisdizione con più cause in assoluto: 2.078 in totale, di cui 151 solo nel 2025. Seguono, a distanza, il Brasile (354 cause), l’Australia (193), il Regno Unito (156) e la Germania (121). Non sono numeri equamente distribuiti nemmeno sul piano degli esiti: le corti nordamericane mostrano tassi di successo per i ricorrenti più bassi della media, mentre diverse giurisdizioni del Sud e Sud-Est asiatico, dove le costituzioni riconoscono esplicitamente diritti ambientali, registrano una quota di esiti favorevoli all’azione climatica nettamente superiore.

Il filone più maturo della climate litigation riguarda le cause contro i governi, che contestano l’ambizione o l’attuazione delle politiche climatiche nazionali. Dal 2015 sono 215 le cause di questo tipo arrivate davanti alle corti supreme o costituzionali dei rispettivi Paesi, e in oltre la metà dei casi l’esito è stato considerato favorevole all’azione climatica.

A rafforzare ulteriormente questo filone sono arrivati, tra il 2024 e il 2025, tre pareri consultivi di altrettanti tribunali internazionali: uno sul diritto del mare, uno di una corte regionale per i diritti umani e uno della Corte Internazionale di Giustizia, il più autorevole tribunale delle Nazioni Unite. Nel loro insieme, questi pareri hanno consolidato il principio secondo cui gli Stati hanno doveri giuridicamente vincolanti — non solo scelte politiche discrezionali — nel contrastare il cambiamento climatico, doveri che includono la regolamentazione degli attori privati e il rispetto di parametri scientifici condivisi. Nel maggio 2026 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato con ampia maggioranza una risoluzione che accoglie le conclusioni della Corte Internazionale di Giustizia, aprendo la strada a un monitoraggio periodico della loro attuazione.

Sul fronte corporate, sono soprattutto due le tipologie di causa più rilevanti. Da un lato ci sono le cause che chiedono un risarcimento alle imprese per il loro contributo storico alle emissioni globali; dall’altro quelle che mirano a imporre cambiamenti nella governance e nelle strategie aziendali. A oggi, su scala globale, nessuna di queste cause ha ancora prodotto una sentenza definitiva che imponga un risarcimento o un cambiamento di comportamento. Tuttavia, la quota di cause che superano gli ostacoli procedurali iniziali e arrivano a un esame nel merito è in crescita netta: se prima del 2020 questo accadeva raramente, dal 2020 in avanti circa la metà delle cause che hanno ricevuto una decisione preliminare è stata autorizzata a proseguire.

La categoria di gran lunga più diffusa tra le cause contro le imprese resta però quella del cosiddetto climate-washing, che contesta comunicazioni ritenute ingannevoli su impegni e traguardi di sostenibilità. Quando viene raggiunto un esito, oltre il 65% di queste cause si è concluso a favore di chi ha presentato il ricorso, anche se il ritmo dei nuovi depositi sta rallentando — un segnale che, secondo gli analisti, potrebbe indicare tanto un effetto deterrente delle cause già vinte quanto una maggiore cautela delle imprese nel comunicare i propri obiettivi.

Il fenomeno non riguarda più soltanto le imprese ad alta intensità di emissioni. Istituzioni finanziarie di ogni tipo — banche, fondi pensione, compagnie assicurative, società di gestione del risparmio — compaiono oggi sempre più spesso nelle cause climatiche, sia come convenute sia, in alcuni casi, come parti che agiscono per conto di propri assicurati o beneficiari. È un’evoluzione che le stesse autorità di vigilanza finanziaria hanno iniziato a monitorare da vicino: la rete internazionale delle banche centrali per la finanza verde ha attivato un gruppo di esperti legali dedicato proprio a valutare come il rischio di contenzioso climatico debba essere incorporato nella vigilanza prudenziale su banche e assicurazioni.

Non tutto il movimento va nella stessa direzione. Circa il 12% delle cause depositate nel 2025 rientra nella categoria delle cause anti-clima, cioè procedimenti avviati con l’intento dichiarato di rallentare o bloccare l’azione climatica; il fenomeno è particolarmente marcato negli Stati Uniti, dove sono state proposte anche nuove leggi finalizzate a proteggere le imprese da eventuali responsabilità climatiche. Come reazione, si è sviluppato un filone parallelo di cause “protettive”, volte a difendere in tribunale norme e politiche climatiche già esistenti da tentativi di ridimensionamento: negli Stati Uniti rappresentano ormai circa un quinto di tutte le cause climatiche depositate nel 2025, una scala senza precedenti nella storia di questo tipo di contenzioso.

Il quadro che emerge è quindi tutt’altro che lineare: da un lato un corpo di diritto internazionale sempre più consolidato sugli obblighi climatici degli Stati, dall’altro una polarizzazione crescente attorno al tema, con imprese e governi che si trovano a navigare un terreno legale in rapida evoluzione e sempre più rilevante anche per chi valuta rischi e opportunità di investimento.

Foto di Dominic Wunderlich

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