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Aumenta l’accesso all’energia, ma la crisi geopolitica rimane una minaccia

Aumenta l’accesso all’energia, ma la crisi geopolitica rimane una minaccia

Il rapporto Tracking SDG 7 certifica progressi reali nell’accesso globale all’elettricità e nelle rinnovabili, mentre la crisi di Hormuz mostra quanto resti fragile il sistema energetico mondiale che dipende ancora dal gas

Il tema dell’energia, dalla sua creazione alla distribuzione, dai meccanismi di mercato fino ai colli di bottiglia, si è decisamente preso la scena in questo complicato 2026. Due rapporti pubblicati a distanza di due settimane l’uno dall’altro raccontano due dei tanti aspetti del sistema energetico globale.

Da una parte, l’edizione 2026 di Tracking SDG 7 — il rapporto annuale con cui IEA, IRENA, Nazioni Unite, Banca Mondiale e OMS misurano i progressi verso l’accesso universale all’energia — certifica un miglioramento: le persone senza elettricità sono scese da 958 a 655 milioni tra il 2015 e il 2024, e la quota di rinnovabili nei consumi finali è salita dal 15,6% al 18,0%. Dall’altra parte, il Gas Market Report trimestrale dell’IEA, pubblicato il 7 luglio, racconta come il protrarsi a lungo della crisi geopolitica in Medio Oriente possa in pochi mesi ribaltare le previsioni sull’offerta mondiale di energia, con conseguenze dirette sulle bollette europee.

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Partiamo dal Tracking SDG 7. Se nel complesso c’è un miglioramento, il quadro sull’accesso resta comunque disomogeneo. Dei 655 milioni di persone ancora senza elettricità, 563 milioni vivono nell’Africa subsahariana. Questa è infatti l’unica regione al mondo dove il deficit nelle aree rurali è cresciuto invece di ridursi: da 376 a 447 milioni di persone tra il 2010 e il 2024, una dinamica che si spiega con il fatto che la crescita demografica corre più veloce dell’elettrificazione. Nigeria, Repubblica Democratica del Congo ed Etiopia da sole concentrano circa un terzo del divario mondiale.

Anche sul fronte dell’energia rinnovabile i numeri parlano si di un miglioramento, ma sembre malamente distribuito. La capacità installata pro capite nel 2024 ha toccato il record di 544 watt a livello globale, ma il dato medio nasconde uno squilibrio enorme: 1.224 watt prodotti nei Paesi ad alto reddito, appena 33,6 in quelli a basso reddito.

Per colmare questi gap servono un’offerta più omogenea, prezzi accessibili e nuove infrastrutture. Ma sull’offerta pesano non solo i ritardi strutturali, ma anche le tensioni geopolitiche. A ricordarcelo è il secondo report oggetto del nostro post.

A gennaio scorso l’IEA prevedeva per il 2026 la crescita più rapida dell’offerta mondiale di GNL dal 2019. Il conflitto in Medio Oriente ha ribaltato lo scenario: la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz a inizio marzo – passaggio da cui transita circa un quinto del GNL mondiale – ha fatto crollare dell’80% la produzione di Qatar ed Emirati Arabi Uniti tra marzo e giugno rispetto allo stesso periodo del 2025, spingendo i prezzi in Asia e in Europa ai massimi dalla crisi energetica del 2022-23. Se nel breve trermine l’offerta globale dovrebbe restare sostanzialmente stabile grazie alla produzione di altre aree, Nord America in testa, l’IEA avverte che un ritardo nella piena riapertura dello Stretto oltre l’inizio del quarto trimestre 2026 porterebbe al primo calo annuale dell’offerta mondiale di GNL dal 2012.

Senza contare, poi, che le conseguenze della guerra nel Golfo non si esauriranno con la fine del conflitto. I danni al polo di liquefazione di Ras Laffan, il più grande al mondo, rallenteranno l’espansione della capacità qatariota per tutto il biennio 2026-2027, mantenendo il mercato più teso del previsto. Per l’Europa questo significa prezzi del gas strutturalmente più alti, che accorciano i tempi di ritorno degli investimenti in pompe di calore, fotovoltaico con accumulo ed efficienza energetica — e che, secondo l’IEA, stanno già colpendo le filiere globali dei fertilizzanti, con ricadute sulla sicurezza alimentare nelle aree più vulnerabili.

Passi avanti e passi indietro che mostrano come l’energia sia un fattore critico per l’economia globale e come vada affrontato senza lasciare indietro alcun aspetto. Una considerazione che il direttore generale di IRENA, Francesco La Camera, ha ben spiegato commentando i dati sull’accesso all’energia: accelerare le rinnovabili nazionali competitive non serve solo a raggiungere l’obiettivo di un’energia per tutti, ma rafforza al tempo stesso la sicurezza energetica e la resilienza economica dei Paesi di fronte agli shock.

I numeri del 2026 sembrano dargli ragione due volte: una crisi in un tratto di mare lontano migliaia di chilometri dall’Europa può ancora decidere il costo di riscaldare una casa a Torino o a Berlino, mentre i Paesi che hanno già investito nelle rinnovabili distribuite ne risentono meno. Resta da vedere se questa lezione si tradurrà in investimenti concreti: quelli necessari a centrare gli obiettivi 2030, tra 3.000 e 5.000 miliardi di dollari l’anno secondo le stime IEA e IRENA, restano oggi a poco più della metà di quanto necessario.

Illustrazione di Zulfugar Karimov

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