I dati di Copernicus dicono che giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai registrato nell’Europa occidentale, con una temperatura media di 20,74°C, oltre 3 gradi sopra la media 1991-2020, e il secondo più caldo a livello globale, superato solo dal giugno 2024. Probabilmente la statistica non è mai stata così realmente percepibile, proprio in questi giorni l’Europa sta sperimentando la terza ondata di calore della stagione, dopo quelle di maggio e di fine giugno, con Francia e Spagna di nuovo oltre i 40°C. In Spagna, secondo le stime ufficiali, le alte temperature hanno causato quasi mille decessi in eccesso a giugno e altri 153 nei primi giorni di luglio.
Il cambiamento climatico è anche, e forse soprattutto, questo: non (solo) l’innalzamento delle temperature medie, ma l’estremizzazione degli eventi atmosferici — ondate di calore più frequenti, più intense, più ravvicinate nel tempo. Le conseguenze sul benessere delle persone sono ormai esperienza quotidiana per chiunque viva in Europa. Ma a livello economico, cosa comportano davvero le ondate di calore? Quali sono gli effetti su produzione, occupazione, crescita? Un recente working paper della Banca Centrale Europea ha provato a rispondere.
Lo studio, “Beat the heat, the role of heat waves and droughts in regional EU economies”, firmato da un gruppo di economiste e ricercatori della BCE e delle banche centrali di Malta, Lussemburgo, Germania e Spagna, ha incrociato dati economici regionali con osservazioni climatiche ad alta frequenza su 1.117 regioni europee, dal 2002 al 2022, per capire quanto caldo estremo e siccità pesino sulla crescita del valore aggiunto — una misura vicina al PIL — di tre grandi comparti: agricoltura, industria e manifattura.
Il risultato più netto riguarda l’agricoltura, il settore di gran lunga più sensibile. Per quantificare l’impatto, i ricercatori hanno simulato cosa succederebbe se si ripetesse un evento di caldo e siccità estremo come quello del 2022, l’anno peggiore registrato nel campione analizzato. La crescita del valore aggiunto agricolo scenderebbe in media di 4,54 punti percentuali, con perdite comprese fra -7,36 e -1,93 punti nel 99% delle regioni europee. A soffrire di più sarebbe l’Europa orientale — Romania, Repubblica Ceca, Bulgaria, Slovenia e Croazia in testa, con un calo medio di 5,36 punti — mentre l’Europa occidentale se la caverebbe con circa -4,4 punti e quella meridionale, Grecia e Italia, con -3,9: a fare la differenza sarebbe una rete di irrigazione più diffusa, capace di attutire (ma non annullare, avvertono gli autori) l’impatto della siccità.
L’industria nel suo complesso perderebbe in media 0,75 punti, ancora una volta con l’Europa orientale e i Paesi baltici più esposti. La manifattura, invece, si dimostra sorprendentemente resiliente: appena -0,11 punti in media. La spiegazione, secondo lo studio, sta nella natura stessa dell’attività manifatturiera, prevalentemente al chiuso, che la protegge dai colpi diretti del caldo estremo molto più di quanto accada per l’agricoltura o per comparti come l’estrazione mineraria, esposti anche alle infrastrutture idriche ed energetiche. Attenzione però: la manifattura pesa da sola per quasi il 17% del valore aggiunto dell’Unione Europea, quindi anche una riduzione percentuale minima si traduce in perdite assolute tutt’altro che trascurabili.
Lo studio fotografa un singolo evento estremo, ma il messaggio di fondo è più ampio: se le ondate di calore continueranno a farsi più frequenti e più intense — come questa estate sta già mostrando — la capacità di misurarne in anticipo l’impatto economico, settore per settore e regione per regione, diventa uno strumento non solo di ricerca ma di programmazione: dai fondi di emergenza regionali alle strategie di adattamento delle imprese.
Foto di Stefan Schweihofer





