Ne abbiamo già parlato molte volte nel nostro blog. La teoria economica ci dice che esiste un tasso di interesse che non stimola né frena l’economia: né troppo alto da rallentare la crescita, né troppo basso da alimentare l’inflazione. Gli economisti lo chiamano tasso neutrale, o r*, e rappresenta una delle bussole più importanti per le banche centrali di tutto il mondo. Sapere dove si trova questo livello di equilibrio significa capire se la politica monetaria è restrittiva, espansiva o effettivamente neutrale — e di conseguenza orientare le decisioni sui tassi con maggiore consapevolezza.
Un recente studio pubblicato sul blog Liberty Street Economics della Federal Reserve di New York, a firma di Marco Del Negro, Elena Elbarmi e Michael Pham, offre una stima aggiornata di questo tasso a livello globale, con dati che arrivano fino al 2024.
La prima evidenza rilevante riguarda la convergenza internazionale. Analizzando diciotto paesi sviluppati a partire dall’Ottocento, i ricercatori mostrano che fino agli anni Ottanta i tassi neutrali divergevano considerevolmente da paese a paese. Poi, con l’integrazione dei mercati finanziari, sono progressivamente convergiti: dalla fine degli anni Ottanta in poi ha senso parlare di un unico tasso neutrale globale, perché le dinamiche dei tassi reali nei paesi avanzati si muovono sostanzialmente all’unisono.
Il secondo dato centrale è la traiettoria di lungo periodo. Dal 3% circa dei primi anni Novanta, il tasso neutrale globale è sceso fino a valori negativi dopo la crisi finanziaria del 2008, continuando a calare nel corso degli anni Dieci. Poi, tra il 2019 e il 2024, si è verificata un’inversione: il tasso è risalito di circa 0,8 punti percentuali a livello globale, e di circa 1,1 punti negli Stati Uniti. Per entrambe le misure, la stima mediana a fine 2024 si colloca intorno allo 0,4-0,5%. Si tratta di un aumento statisticamente significativo, ma che non recupera che una piccola parte del calo trentennale precedente.
Ma cosa ha causato la risalita? I ricercatori individuano una causa parziale nel calo del cosiddetto “vantaggio di sicurezza” dei titoli di Stato. In altri termini, negli ultimi anni i bond governativi hanno perso parte del loro appeal come bene rifugio — probabilmente anche per effetto dell’esplosione dei debiti pubblici — e questo ha contribuito per circa un terzo alla risalita del tasso neutrale. Il restante due terzi rimane però ancora da spiegare, e i candidati più plausibili sono due: l’attesa di una crescita della produttività trainata dall’intelligenza artificiale e le pressioni fiscali legate all’invecchiamento demografico e alla spesa militare.
Le implicazioni sono concrete. Un tasso neutrale più alto rispetto al decennio scorso significa che le banche centrali potrebbero mantenere tassi ufficiali strutturalmente più elevati senza che la politica monetaria risulti restrittiva. Per chi opera sui mercati, ciò suggerisce cautela nel dare per scontato un ritorno ai tassi ultra-bassi del passato: quello scenario potrebbe non ripresentarsi, almeno nel breve e medio termine.
Foto di Oleksandr Pidvalnyi







