L’ondata di calore che da una settimana “brucia” gran parte dell’Europa non è più soltanto un fatto meteorologico. Il 23 giugno scorso, Hans Kluge, direttore regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’Europa, l’ha definita senza mezzi termini un’emergenza sanitaria. In Francia si contano decine di morti, in Italia diciassette città sono in bollino rosso, in Germania le temperature si avvicinano ai quaranta gradi sfidando i record storici di giugno. I numeri diffusi dall’OMS tracciano una tendenza di lungo periodo difficile da ignorare: negli ultimi quattro anni il caldo ha causato oltre 200.000 decessi in Europa, la mortalità correlata alle alte temperature è cresciuta del 30% in vent’anni, e tra gli over 65 la crescita sfiora l’85% confrontando il periodo 2000-2004 con quello 2017-2021.
Non è un’anomalia: è la norma che avanza. L’Europa si scalda a una velocità doppia rispetto alla media globale — ed è proprio da questo dato che parte il rapporto pubblicato a metà giugno dall’Agenzia europea dell’ambiente, Climate resilience in Europe, 2025 — progress and challenges. Il documento offre la più recente valutazione complessiva delle politiche di adattamento nei 32 Paesi membri e arriva in un momento in cui la domanda ha smesso di essere teorica: come si adatta un continente che brucia?
La risposta dell’EEA non è incoraggiante. Tutti i Paesi hanno messo in campo strategie nazionali di adattamento — il dato formale è completo — ma sotto la superficie i progressi risultano disomogenei, frammentati e difficili da misurare. Le valutazioni del rischio climatico, pur più diffuse rispetto al passato, differiscono per approccio metodologico, copertura settoriale e tempestività, rendendo impossibile una lettura coerente dei rischi condivisi a scala europea. A questo si aggiungono difficoltà di coordinamento intersettoriale, scarsa chiarezza su chi detenga la “proprietà” del rischio, variabilità della capacità istituzionale e incertezza sui finanziamenti. Il risultato è un’architettura che esiste sulla carta ma stenta a tradursi in azione concreta, soprattutto ai livelli di governo più vicini ai cittadini.
Proprio lì emerge il dato più netto del rapporto. Nei piccoli comuni europei — dove vive oltre il 40% della popolazione UE — soltanto il 16% dispone di piani d’azione per l’adattamento, a fronte del 28% dei comuni più grandi. Un divario che non sorprende: risorse economiche limitate, accesso ridotto alle reti di conoscenza, responsabilità giuridiche poco definite. Ma colpisce per la sua scala. Per un Paese come l’Italia, dove i comuni al di sotto dei 5.000 abitanti sono quasi 5.600, quella cifra non è un dettaglio di governance europea: è una vulnerabilità concreta, distribuita capillarmente sul territorio.
Il rapporto arriva alla vigilia di due atti politici che potrebbero cambiare la traiettoria. La Commissione europea ha annunciato un Quadro integrato europeo per la resilienza climatica entro fine 2026; il Piano europeo di adattamento ai cambiamenti climatici (ECAP), guidato dal commissario Wopke Hoekstra, è atteso nella seconda metà dell’anno. Sono gli strumenti giusti? Dipenderà molto da quanto si riuscirà a tradurre la coerenza europea in risorse concrete – alla fine siamo sempre lì – per chi, nei piccoli comuni, già oggi affronta da solo le conseguenze di un clima che non concede proroghe.
Foto di Viorel Vașadi





