La settimana è iniziata con un annuncio atteso: USA e Iran hanno raggiunto un accordo per riaprire lo Stretto di Hormuz, con la firma formale del memorandum d’intesa prevista per venerdì in Svizzera. I mercati finanziari hanno risposto con un rimbalzo deciso di azioni e obbligazioni, mentre petrolio e gas naturale hanno ceduto quota in modo altrettanto marcato. Un sospiro di sollievo, dunque — ma non per chi ha responsabilità di politica monetaria.
La BCE aveva già alzato i tassi la settimana scorsa, per la prima volta dal 2023, risposta diretta alla pressione energetica generata dal conflitto in Medio Oriente. E nelle ore successive all’annuncio dell’accordo, diversi membri del Consiglio direttivo hanno chiarito perché la firma di un memorandum non chiude il capitolo inflazione. Christine Lagarde, in un’intervista su France Culture, ha confermato che gli effetti indiretti del caro-energia sono già visibili nell’economia europea: il rischio di una spirale salari-prezzi è reale, e la BCE monitorerà l’inflazione di fondo come indicatore-chiave per le prossime decisioni.
Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, ha aggiunto la dose necessaria di realismo: anche con la riapertura immediata dello stretto, la normalizzazione delle forniture petrolifere richiederà comunque diversi mesi. E quando i sussidi governativi alle bollette energetiche termineranno, la pressione sui prezzi rischia di riacutizzarsi. Il governatore portoghese Álvaro Santos Pereira ha preferito la cautela speculativa: la vera incognita è se l’inflazione — ancora concentrata su energia e fertilizzanti — si propagherà agli altri settori. Di segno opposto le posizioni dello slovacco Peter Kazimir e del lettone Martins Kazaks: entrambi orientati verso ulteriori rialzi dei tassi, con Kazimir che parla esplicitamente di anticipare il lavoro da fare.





