Il decennio perso. Così si potrebbe sintetizzare lo spunto più interessante – al di là delle previsioni numeriche – che emerge dal Global Economic Prospects di giugno 2026 curato dalla World Bank. Le economie emergenti, intrappolate dal costo del debito in questi anni venti, hanno però la possibilità di recuperare il tempo perduto. Per farlo, però, sarà necessario sfruttare al meglio tre elementi: intelligenza artificiale, energia pulita e commercio.
Ma partiamo dai numeri. E quello che apre il rapporto è già sufficientemente severo: la crescita globale nel 2026 dovrebbe rallentare al 2,5%, giù dal 2,9% del 2025 e al livello più basso dalla pandemia, il peggior risultato al di fuori di una recessione conclamata in quasi vent’anni.
Lo scoppio del conflitto in Medio Oriente ha ribaltato le attese di gennaio: i prezzi delle materie prime sono ora stimati in aumento del 22% nell’anno, con il petrolio a una media di 94 dollari al barile invece dei 60 previsti. Se lo Stretto di Hormuz restasse bloccato fino al quarto trimestre, la crescita scenderebbe al 2,1%. Con uno stress finanziario aggiunto, potrebbe arrivare all’1,3%. Vedremo se l’accordo appena raggiunto potrà smontare questo scenario, ma è bene ricordare che ricostruire necessità tempi relativamente lunghi.
Ma il punto più interessante del Global Economic Prospects di giugno della World Bank non sta nelle proiezioni di breve periodo. Sta piuttosto nella diagnosi strutturale che precede i numeri, descritta nella prefazione firmata dall’economista capo Indermit Gill.
Il punto di Gill è diretto: salvo evoluzioni impreviste, gli anni Venti di questo secolo si stanno rivelando un decennio perduto per decine di economie in via di sviluppo. Quasi una su due tra queste, dal 2019, non è riuscita ad avvicinarsi ai livelli di reddito dei paesi ricchi. Entro la fine del 2026, un quarto dei paesi in via di sviluppo, un terzo delle economie a basso reddito e metà degli stati fragili della popolazione saranno più poveri di quanto fossero alla vigilia del Covid. Dietro questa dinamica c’è anche una trappola fiscale documentata nel terzo capitolo: il debito pubblico nelle economie emergenti è passato da meno del 40% del PIL nel 2010 a oltre il 70% oggi, mentre il servizio del debito (quanto si paga per sostenerlo) in percentuale delle entrate è quasi raddoppiato. La relazione tra debito e tassi è non-lineare: più il debito è già alto, più ogni incremento aggiuntivo pesa sugli spread. Dal 2010, la sola crescita dei rapporti debito/PIL nelle economie emergenti ha aggiunto circa 110 punti base agli spread sovrani in valuta estera.
Non tutto è perduto, è il prossimo decennio potrebbe rappresentare un’opportunità di rivincita, grazie a tre elementi. Il primo è l’intelligenza artificiale: nelle stime ottimistiche, un incremento di un punto percentuale annuo nella crescita della produttività porterebbe il prossimo decennio a essere il più prospero dalla fine degli anni Settanta. Le stime più caute — tra cui quella di Daron Acemoglu (2025) — ridimensionano il beneficio a 0,07 punti percentuali annui, decisamente un’altra prospettiva e questo fa capire l’incertezza che ancora ruota attorno alle potenzialità dell’IA. Ma il tema centrale è legato alla distribuzione dei benefici: le economie emergenti detengono meno di un quarto della capacità mondiale dei data center, mentre le 24 economie più povere coprono meno di un decimo dell’uno per cento. Circa metà delle lingue del mondo è sottorappresentata nei dati di addestramento dei modelli principali.
Il secondo elemento in grado di caratterizzare gli anni trenta è l’energia pulita intesa come sicurezza nazionale: nel 2025 gli investimenti globali in fonti rinnovabili e clean energy hanno raggiunto un record di 2.200 miliardi di dollari, superando i fossili, con il 70% dell’incremento degli ultimi cinque anni attribuibile a paesi importatori netti di energia.
Il terzo elemento è il commercio regionale: gli accordi attivi hanno superato quota 400 — erano poco più di 300 nel 2020 — e coprono oggi il 60% degli scambi globali, rispetto al 40% del 1990.
Se davvero questi tre elementi riusciranno a compensare il capitale politico, fiscale e umano consumato nel decennio appena trascorso, rimane la domanda cruciale. La risposta dipenderà da quanto velocemente le economie emergenti riesciranno a costruire le condizioni di base affichè intelligenza artificiale, energia e commercio diventino effettivamente un motore della crescita.
Foto di Gerd Altmann





