A più di un anno dall’introduzione dei nuovi dazi USA, molte imprese americane non hanno ancora finito di scaricare i costi sui prezzi finali. È la conclusione di un nuovo studio pubblicato su Liberty Street Economics, il blog della Federal Reserve di New York e firmato da un gruppo di economisti della Banca tra cui Jaison Abel e Mary Amiti.
Il punto di partenza è cosa nota. Dal 2 aprile 2025 fino alla sentenza della Corte Suprema che aveva ridisegnato il quadro dei dazi, arrivando poi alle ulteriori decisioni dell’amministrazione Trump e alla rimodulazione dei dazi. Già a giugno dell’anno scorso la Fed di New York aveva documentato come la maggior parte delle imprese avesse iniziato a trasferire almeno parte dei costi sui clienti. Oggi, i Regional Business Surveys di maggio 2026 ci dicono che quel fenomeno non solo non si è concluso, ma promette di continuare ancora nei prossimi mesi.
Tra le imprese che pagano dazi direttamente, vale a dire il 40% dei fornitori di servizi importatori e il 70% dei manifatturieri, poco più della metà ha già chiuso i conti con la nuova “imposta de facto”: in parte perché l’impatto sui costi è stato marginale e non ha richiesto aggiustamenti, in parte perché ha già trasferito integralmente i rincari sui prezzi di vendita, in parte perché, più semplicemente, ha scelto di assorbirli senza intervenire ulteriormente sui listini.
E il resto del campione intervistato? I numeri dicono che il 47% delle imprese nel settore servizi e il 44% delle imprese manifatturiere dichiara di avere ancora aumenti in cantiere. Circa un terzo degli operatori nel settore servizi e quattro manifatturieri su dieci li applicheranno entro sei mesi; una quota più ridotta, ma non trascurabile (16% dei servizi, 7% dei manifatturieri), li rimanda addirittura oltre quell’orizzonte.
Perché tanta lentezza? Gli autori individuano due spiegazioni. La prima è contrattuale: molte imprese operano con prezzi di vendita bloccati da contratti pluriennali e non possono ritoccarli finché questi non scadono, avendo per il momento come unica soluzione quella di comprimere i margini. La seconda è frutto di una scelta deliberata, che lo studio definisce “trickle up”. In parole semplici, piuttosto che scaricare subito l’intero costo del dazio, le aziende preferiscono alzare i prezzi gradualmente, per non spiazzare la clientela e mantenendo margine di manovra se i costi degli input dovessero salire ancora. L’incertezza sulle future mosse tariffarie — nuove aliquote, esenzioni, ritorsioni di altri Paesi — motiva questa cautela.
I risultati di questo sondaggio si inseriscono in un quadro più ampio già delineato da un altro studio della stessa Fed di New York, pubblicato a febbraio, secondo cui quasi il 90% dell’onere economico dei dazi 2025 è ricaduto su imprese e consumatori statunitensi. Ciò che emerge ora è che quel trasferimento non è stato un evento circoscritto nel tempo, ma un processo distribuito su mesi. Una conclusione che conferma una tesi largamente condivisa tra gli economisti, ossia che gli effetti dei dazi sui prezzi al consumo si manifestano in modo incrementale nell’arco di quasi un anno.
I numeri appena raccontati non possono non avere ripercussioni sulle decisioni di politica monetaria. Quei tre voti contrari di ieri e l’atteggiamento prudente della Fed sembrano indicare che una domanda si sta facendo largo tra i membri del board: se un aggiustamento “una tantum” dei prezzi può richiedere oltre un anno per esaurirsi — e se i dazi stessi continuano a cambiare nel frattempo — quanto a lungo le pressioni inflazionistiche legate al commercio internazionale continueranno a farsi sentire nei dati ufficiali sui prezzi?
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