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Anche nell’adozione dell’intelligenza artificiale l’Europa è divisa (gli USA no)

Un recente studio pubblicato dal CEPR mostra le differenze nell’adozione dell’intelligenza artificiale fra Europa e USA. Dai risultati emergono forti differenze interne all’Unione

Qualche tempo fa su queste pagine abbiamo discusso di una ricerca che ribaltava l’intuizione più comune sul rapporto tra intelligenza artificiale e occupazione: non è tanto la quantità di IA adottata a incidere sui livelli di impiego, quanto la velocità con cui quella adozione avviene. Un’economia che corre troppo in fretta rischia di lasciare indietro lavoratori che non riescono a riqualificarsi in tempo, con effetti permanenti sul mercato del lavoro. Era un contributo teorico raffinato, che spostava l’attenzione dal “se” al “come” dell’automazione.

Oggi aggiungiamo un tassello diverso, ma complementare: non la velocità dell’adozione, bensì il divario nell’adozione. E il quadro che emerge da uno studio pubblicato dal CEPR è, per l’Europa, tutt’altro che confortante.

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Prima di parlare di questa ricerca, vale la pena ricordare il contesto politico in cui si inserisce. Negli ultimi mesi sia Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, sia Mario Draghi, a partire dal suo ormai celebre rapporto sulla competitività europea, hanno lanciato un avvertimento chiaro ai governi del Vecchio Continente: arrivare in ritardo sull’intelligenza artificiale non è una questione di orgoglio tecnologico, è un rischio economico sistemico. Il paragone con il passato è tutt’altro che astratto: dalla metà degli anni Novanta al 2025, la produttività negli Stati Uniti è cresciuta di quasi il 90%, contro appena il 30% registrato nell’area euro, un divario che gli economisti attribuiscono in larga misura alla più rapida diffusione delle tecnologie digitali negli Stati Uniti. Replicare quello stesso errore con l’IA significherebbe aggravare ulteriormente uno squilibrio già profondo.

Lo studio di cui parliamo in questo posto, firmato da Bick, Blandin, Deming, Fuchs-Schündeln e Jessen, affronta esattamente questa domanda: quanto è ampio il divario di adozione dell’intelligenza artificiale tra Europa e Stati Uniti, e cosa lo spiega?

La ricerca combina prove internazionali provenienti da indagini condotte su lavoratori e imprese nel 2025 e nel 2026: un’indagine rivolta ai lavoratori in 6 paesi europei e negli Stati Uniti, e una seconda indagine aziendale su un campione che copre 32 paesi europei. Il doppio livello di analisi — individuale e aziendale — consente agli autori di separare i fattori strutturali da quelli organizzativi, andando oltre le semplici medie nazionali.

I risultati sono netti. Esiste un divario significativo nell’adozione dell’IA tra gli Stati Uniti e l’Europa, e questo divario non è uniforme: all’interno dello stesso continente europeo le differenze tra paesi sono considerevoli. Una parte del gap è spiegata da fattori demografici e dalla composizione settoriale delle economie. Ma la scoperta più rilevante riguarda un fattore del tutto diverso: le pratiche manageriali. Quando si include l’incoraggiamento attivo da parte dei datori di lavoro, oltre l’80% del divario di adozione tra Europa e Stati Uniti risulta spiegato. Non è una questione di infrastrutture o di cultura nazionale: è una questione di scelte organizzative — e questo, notano gli autori, è un elemento che può cambiare.

Sul fronte della produttività i dati sono incoraggianti: i settori con tassi di adozione dell’IA più elevati registrano una crescita della produttività più rapida, con risparmi di tempo stimati tra l’1% e il 2,3% per l’insieme dei lavoratori, e tra il 4,8% e il 6,1% tra coloro che utilizzano attivamente gli strumenti di intelligenza artificiale. Sul fronte occupazionale, invece, lo studio non trova prove chiare che l’adozione dell’IA a livello settoriale sia associata a variazioni dell’occupazione. Gli autori stessi invitano alla cautela su questo punto, data la brevità del periodo disponibile.

La conclusione che si può trarre è articolata. Il ritardo europeo sull’IA non è scritto nel destino: non dipende da fattori immutabili, ma in larga misura da scelte che le aziende — e le politiche industriali dei governi — possono ancora cambiare. Al tempo stesso, ogni anno di indugio ha un costo reale in termini di produttività persa. Lagarde e Draghi avevano ragione a suonare l’allarme: la finestra è aperta, ma non lo resterà per sempre.

Foto di Alexander Jungmann

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