Il 22 aprile si è celebrata la 56° edizione della Giornata della Terra. Il tema scelto quest’anno dall’organizzazione internazionale Earthday.org è stato “Our Power, Our Planet” — un invito a riconoscere che il progresso ambientale non dipende da un’unica amministrazione o da un singolo ciclo elettorale, ma dalla somma delle azioni quotidiane di comunità, imprese e cittadini. Un messaggio volutamente pragmatico, forse anche rassegnato, in un momento in cui il clima istituzionale globale non è certo favorevole alla cooperazione ambientale.
È difficile, in questo periodo, ritagliare spazio mentale per il cambiamento climatico. Le ultime settimane sono state dominate da tensioni commerciali, dall’incertezza sulla guida della Federal Reserve, da un contesto geopolitico che sembra sfidare ogni tentativo di analisi ordinata. Il rischio reale è che l’attenzione pubblica — già frammentata — finisca per accantonare temi strutturali come la crisi climatica, considerandoli un lusso da affrontare in tempi più stabili.
Eppure c’è chi osserva che proprio questa instabilità potrebbe contenere, paradossalmente, un elemento di opportunità. La dipendenza dai combustibili fossili è anche dipendenza geopolitica: da rotte commerciali, da fornitori concentrati in aree di crisi, da prezzi soggetti a shock esterni. L’accelerazione verso le energie rinnovabili — solare, eolico, stoccaggio distribuito — riduce queste esposizioni. Non è detto che la frammentazione globale che stiamo vivendo non possa, nel medio termine, rafforzare la spinta verso sistemi energetici più autonomi e resilienti. Sarebbe una di quelle ironie della storia in cui il pessimismo del momento genera, suo malgrado, le condizioni per un cambiamento strutturale.
In questo contesto, due ricerche pubblicate nelle ultime settimane meritano attenzione. Non tracciano scenari lontani: parlano di costi già presenti, già misurabili, già distribuiti in modo diseguale tra i paesi e all’interno di essi.
Il 7 aprile, l’istituto di ricerca statunitense Brookings ha pubblicato uno studio intitolato “Who Bears the Burden of Climate Inaction?“, firmato dai professori Christopher Knittel e Catherine Wolfram della MIT Sloan School of Management, insieme a Kimberly Clausing della UCLA School of Law. L’approccio è insolito rispetto alla letteratura sul clima: invece di proiettare i costi futuri su scala nazionale o globale, i ricercatori si sono concentrati su ciò che il cambiamento climatico sta già costando ai nuclei familiari americani, oggi, attraverso canali concreti e misurabili.
I risultati sono più immediati di quanto ci si aspetterebbe. Le spese legate al clima — premi assicurativi più alti nelle zone esposte a inondazioni e incendi, bollette energetiche crescenti, costi di riparazione delle infrastrutture pubbliche dopo eventi estremi, perdite di reddito legate a disastri — pesano già per centinaia di dollari l’anno sul bilancio medio di un nucleo familiare americano. In alcune regioni, tra cui la California (incendi), gli stati del Golfo (inondazioni) e le aree del Midwest più esposte ai tornado, il costo annuo per famiglia supera i mille dollari. Le famiglie a basso reddito, che dispongono di minori risorse per proteggersi o trasferirsi, subiscono questi costi in modo sproporzionato.
Il punto centrale dello studio è però un altro: i costi che le famiglie già sopportano a causa del clima potrebbero essere comparabili — se non superiori — ai costi che si troverebbero ad affrontare adottando politiche di riduzione delle emissioni come il carbon pricing. In altri termini, l’inazione non è gratuita. Rinviare le politiche climatiche non elimina il costo: lo trasferisce sulle spalle dei cittadini attraverso canali meno visibili ma altrettanto reali.
Quattro giorni prima della Giornata della Terra, il 18 aprile, la rivista Nature ha pubblicato uno studio guidato da Marshall Burke, scienziato ambientale dell’Università di Stanford. L’obiettivo qui era quantificare i danni economici globali attribuibili alle emissioni storiche dei singoli paesi dal 1990 a oggi, secondo il framework del cosiddetto “loss and damage” — i danni che i paesi non possono più né prevenire né adattarsi a evitare.
I risultati sono di una chiarezza imbarazzante. Gli Stati Uniti risultano il paese che ha inflitto i maggiori danni economici al PIL mondiale attraverso le proprie emissioni: circa 10 trilioni di dollari in trent’anni, appena davanti alla Cina, stimata a 9 trilioni. Nessun altro paese si avvicina a queste cifre. Ma lo studio evidenzia anche che gli USA non sono rimasti indenni dalle conseguenze: circa il 25% dei danni riconducibili alle emissioni americane ha colpito l’economia statunitense stessa. I paesi che hanno sofferto di più in proporzione alle loro responsabilità storiche sono quelli più poveri e climaticamente vulnerabili: l’India ha subito perdite stimate in 500 miliardi di dollari, il Brasile circa 330 miliardi, entrambi per effetto di emissioni prodotte principalmente altrove.
Lo studio di Stanford amplia quindi la prospettiva dello studio MIT in modo complementare: se Knittel e Wolfram mostrano come il cambiamento climatico stia già redistribuendo i costi all’interno dei confini americani — colpendo in modo più severo chi ha meno risorse per difendersi — Burke e i suoi colleghi mostrano come questa redistribuzione operì anche tra i confini, caricando il costo dell’industrializzazione dei paesi più ricchi sulle spalle di paesi che a quella crescita hanno contribuito pochissimo.
I due studi si leggono bene insieme. La Giornata della Terra 2026 è arrivata in un momento difficile per il dibattito climatico internazionale. Ma la ricerca economica continua, con strumenti sempre più precisi, a documentare che il cambiamento climatico non è un rischio da gestire nel futuro: è una perdita che si accumula ogni anno, distribuita in modo ingiusto, e che non aspetta che la geopolitica si calmi per presentare il conto.
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