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Settimana economica (23-28 febbraio 2026): Iran sotto attacco, Nvidia bene ma non benissimo, Anthropic dice no
La lenta risalita del tasso neutrale e la perdita di appeal dei governativi

Settimana economica (23-28 febbraio 2026): Iran sotto attacco, Nvidia bene ma non benissimo, Anthropic dice no

La settimana economica dal 23 al 28 febbraio 2026 si chiude con le notizie dell’attacco israeliano sull’Iran e le potenziali conseguenze sui mercati. In settimana sono arrivati i dati trimestrali di Nvidia, l’europarlamento ha confermato le nomine della BCE e Anthropic ha detto no al Dipartimento della Guerra USA.

La settimana economica dal 23 al 28 febbraio 2026 va purtroppo raccontata al contrario. Nella notte di venerdì, infatti, missili israeliani sono stati lanciati sull’Iran. Una svolta drammatica della vicenda mediorientale che rischia di terremotare i mercati. Tra le altre notizie interessanti ci sono quelle relative ai conti di Nvidia (buoni ma senza effetto sui mercati) e il no di Anthropic al Dipartimento della Guerra.

Italia, Meloni a Bloomberg e dati produzione industriale

Tra gli avvenimenti interessanti della settimana c’è sicuramente l’intervista che la premier Giorgia Meloni ha concesso all’agenzia Bloomberg, toccando alcuni dei dossier più delicati del momento. Sul fronte bancario, la premier ha dichiarato che il ruolo del governo in Monte dei Paschi di Siena è terminato, precisando che la quota residua del 4,9% non consente di esercitare un’influenza significativa sulla governance e che l’esecutivo non parteciperà alla nomina dei nuovi organi amministrativi e di vigilanza. La borsa non ha premiato l’annuncio: gli analisti avrebbero voluto maggiori dettagli, e il titolo ha chiuso con una flessione di quasi il 7%, trascinando al ribasso anche Mediobanca. In parallelo, l’istituto senese ha presentato il proprio piano industriale, che prevede la fusione con Piazzetta Cuccia e la distribuzione di ingenti risorse agli azionisti nel corso dei prossimi cinque anni.

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Sul tema dei rapporti commerciali con Washington, Meloni ha preso una posizione netta: i dazi imposti dagli Stati Uniti sono un errore, e l’Italia auspica che si vada nella direzione opposta, verso un’area di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti. Una posizione coerente con il ruolo di mediazione che Roma ha cercato di giocare in questi mesi, ma che arriva in un momento delicato, dopo che la Corte Suprema americana ha rimesso in discussione l’accordo commerciale raggiunto la scorsa estate.

Il quadro industriale, intanto, continua a offrire segnali misti. Secondo i dati Istat, a dicembre 2025 la produzione industriale ha segnato una flessione mensile dello 0,4%, mentre su base annua si è registrato un incremento del 3,2%, con la farmaceutica e la metallurgia tra i comparti più brillanti. Nel complesso, il 2025 si è chiuso con una contrazione della produzione di appena lo 0,2%, un risultato molto migliore rispetto al -4% del 2024, ma la strada verso una ripresa robusta e diffusa è ancora lunga, con consumi interni deboli ed export frenato da un dollaro storicamente basso sull’euro.

Europa e Regno Unito: conferme alla BCE

Sul fronte istituzionale europeo, la settimana ha portato una conferma attesa. La commissione Economia del Parlamento europeo ha approvato la nomina di Boris Vujcic, attuale governatore della banca centrale croata, a vicepresidente della Banca centrale europea, e del francese François-Louis Michaud a presidente dell’Autorità bancaria europea. Vujcic prenderà il posto dello spagnolo Luis de Guindos a partire dal primo giugno, con un mandato non rinnovabile della durata di otto anni.

La nomina riflette la volontà di portare al vertice della BCE una figura con solida esperienza di politica monetaria, proveniente da uno dei paesi che più di recente ha vissuto la transizione verso l’euro. Nel frattempo, la presidente Christine Lagarde ha ribadito davanti ai parlamentari europei che il processo di normalizzazione dell’inflazione è avviato, pur evidenziando la distanza persistente tra i prezzi misurati dalle statistiche ufficiali e quelli percepiti da famiglie e imprese.

Il quadro economico del Regno Unito, questa settimana, ha offerto spunti di riflessione importanti. Secondo le stime iniziali dell’Office for National Statistics, l’economia britannica è cresciuta solo dello 0,1% nel quarto trimestre del 2025, lo stesso ritmo del terzo trimestre ma in calo rispetto alla prima metà dell’anno. Il settore manifatturiero ha mostrato una certa tenuta, ma le costruzioni hanno registrato il calo trimestrale più brusco dal 2021, mentre i consumi delle famiglie sono cresciuti di un modesto 0,2%.

Sul fronte dei prezzi, l’inflazione britannica è scesa al 3,0% in gennaio, il livello più basso da marzo 2025, ma ancora sensibilmente al di sopra del target del 2% fissato dalla Bank of England. A completare il quadro, il 3 marzo sarà pubblicato l’aggiornamento delle previsioni dell’Office for Budget Responsibility, un appuntamento che dirà molto sulla tenuta dei conti pubblici e sulla traiettoria fiscale del governo Starmer.

Stati Uniti, i buoni risultati di Nvidia e il no di Anthropic

Oltreoceano, la settimana è stata segnata da due notizie di grande peso, una finanziaria e una politica.

Sul fronte dei mercati, Nvidia ha riportato risultati trimestrali migliori delle attese, con ricavi complessivi in crescita del 73% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a 68,13 miliardi di dollari. Il segmento dei data center, che ormai rappresenta oltre il 91% del fatturato totale, ha trainato la crescita grazie agli investimenti dei grandi operatori cloud in infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Ancora più significativa la guidance per il prossimo trimestre, con ricavi attesi tra i 76 e i 79 miliardi di dollari, ampiamente superiori alle stime degli analisti, il che ha spinto le azioni al rialzo nelle contrattazioni after-hours. Un risultato che, in un momento di nervosismo diffuso sui mercati, ha contribuito a rassicurare almeno in parte gli investitori sulla solidità della spesa in infrastrutture AI da parte dei grandi operatori tecnologici.

L’altra vicenda che ha monopolizzato l’attenzione è lo scontro frontale tra Anthropic e l’amministrazione Trump. Al centro del conflitto, la richiesta del Pentagono di poter utilizzare il modello Claude per qualsiasi scopo lecito, senza restrizioni. Anthropic aveva invece stabilito due linee invalicabili: il proprio sistema non doveva essere impiegato in armi completamente autonome né nella sorveglianza di massa della popolazione americana.

Dopo settimane di trattative fallite, il presidente Trump ha ordinato a tutte le agenzie federali di cessare immediatamente l’utilizzo della tecnologia Anthropic, mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha classificato la società come rischio per la catena di approvvigionamento della sicurezza nazionale, una designazione storicamente riservata ad aziende ritenute vicine ad avversari stranieri come Huawei.

Anthropic ha risposto annunciando che impugnerà questa classificazione in tribunale, aggiungendo che nessuna intimidazione cambierà la sua posizione sulla sorveglianza di massa e sulle armi autonome.

La posta in gioco va ben oltre il contratto da 200 milioni di dollari con il Pentagono: la designazione rischia di costringere molti clienti enterprise — che hanno o potrebbero avere contratti con il governo americano — a rinunciare all’utilizzo di Claude, minacciando il modello di business della società proprio mentre si avvicinava a una possibile quotazione in borsa.

Resto del mondo. Giappone e le mosse di Takaichi sulla BoJ. Missili isreaeliani sull’Iran.

Dal Giappone arriva una notizia che, pur tecnica, ha implicazioni concrete per i mercati globali. Il governo guidato dal primo ministro Sanae Takaichi ha nominato due accademici considerati dai mercati come convinti sostenitori delle politiche di stimolo economico per entrare nel consiglio direttivo della Banca del Giappone. La scelta ha fatto cadere immediatamente lo yen, con il cambio dollaro-yen salito fino a quota 156,50, e ha spinto al rialzo la borsa di Tokyo, poiché gli investitori hanno ridimensionato le aspettative su un rapido rialzo dei tassi. In sostanza, il governo sembra preferire una politica monetaria accomodante che sostenga la crescita, anche a costo di mettere pressione alla valuta.

E poi, purtroppo, c’è la guerra, anzi un’altra guerra. Nelle ultime settimane i mercati avevano già incorporato un crescente premio al rischio geopolitico, con petrolio e oro in rialzo sui timori di un conflitto imminente tra Israele/USA e Iran. Questa notte quei timori si sono trasformati in realtà. Israele ha lanciato un attacco preventivo contro l’Iran, con – riferiscono le agenzie – “colonne di fumo visibili su Teheran e sirene di allarme scattate in tutto il territorio israeliano”. Il ministro della Difesa Israel Katz ha comunicato che l’attacco mira a rimuovere le minacce allo Stato e ha dichiarato lo stato di emergenza sull’intero territorio nazionale. Netanyahu ha dichiarato di aver colpito il cuore del programma nucleare e missilistico iraniano, incluso il principale impianto di arricchimento dell’uranio a Natanz, aggiungendo che l’operazione durerà tutti i giorni necessari.

La reazione dei mercati è stata immediata. A poche ore dall’inizio dei bombardamenti i prezzi del petrolio sono balzati di oltre quattro dollari al barile, raggiungendo i livelli più alti degli ultimi mesi, mentre i mercati azionari globali hanno aperto in calo e l’oro ha rafforzato ulteriormente la sua corsa come bene rifugio. Avvio in forte rialzo anche per il gas naturale ad Amsterdam.

Il nodo cruciale, come già avevamo anticipato, rimane lo Stretto di Hormuz: attraverso quel passaggio largo appena cinquanta chilometri transita un quinto della produzione petrolifera mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto, rendendo qualsiasi instabilità in quella zona un rischio sistemico di primo livello per l’economia globale.

Gli analisti avvertono che gli effetti secondari potrebbero essere ancora più rilevanti di quelli immediati: un aumento prolungato dei prezzi energetici complicherebbe la politica monetaria di tutte le principali banche centrali, potrebbe indebolire il dollaro e accelerare la diversificazione delle riserve da parte dei paesi non allineati — tutti fattori strutturalmente a favore dell’oro nel medio periodo.

Nelle prossime ore e nei prossimi giorni si capirà se l’Iran risponderà limitandosi al territorio israeliano o cercherà di allargare il conflitto, coinvolgendo basi americane nella regione o minacciando le rotte energetiche. In ogni scenario, la volatilità sui mercati sarà elevata.

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