La settimana economica dal 20 al 25 aprile 2026 ha visto ancora la crisi in Medio Oriente in primo piano, con lo stallo nelle trattative tra USA e Iran che sembra essersi sbloccato nelle ultime ore. Tra le altre notizie interessanti c’è sicuramente la situazione dei conti pubblici nell’Unione Europea, con l’Italia che resta – seppur marginalmente – sopra la soglia del 3% nel rapporto deficit/pil. Tante le trimestrali pubblicate in settimana, tra luci (Intel e Tesla) e qualche ombra.
Italia. Il verdetto di Eurostat arrivato mercoledì 22 aprile non lascia spazio a interpretazioni: il rapporto deficit/PIL dell’Italia per il 2025 si attesta al 3,1%, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024, ma ancora sopra la soglia che avrebbe consentito di chiudere la procedura europea per disavanzo eccessivo. Il dato, certificato anche dall’Istat, ha spento le speranze del governo di uscire con un anno di anticipo dall’infrazione. Il debito pubblico è salito al 137,1% del PIL, con un incremento di 2,4 punti percentuali rispetto al 134,7% del 2024, e ha già superato i 3.100 miliardi di euro a febbraio, riflettendo l’eredità strutturale dei crediti edilizi ancora in circolazione. Nel pomeriggio dello stesso giorno il Consiglio dei Ministri ha approvato il Documento di Finanza Pubblica 2026: la crescita reale è stata rivista allo 0,6% sia per quest’anno che per il 2027, con un sentiero del deficit che prevede il 2,9% nel 2026, il 2,8% nel 2027 e il 2,5% nel 2028. Il ministro Giorgetti ha riconosciuto che gli effetti del conflitto in Medio Oriente si manifesteranno pienamente a partire dal secondo trimestre, con una crescita del PIL pressoché nulla nella parte centrale dell’anno. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio stima che l’impatto del conflitto sul PIL oscilli tra 0,2 e 0,4 punti percentuali nel biennio 2026-2027, a seconda dell’evoluzione dei traffici petroliferi nello Stretto di Hormuz.
Europa. Il quadro complessivo dei conti pubblici europei, anch’esso certificato da Eurostat questa settimana, mostra progressi parziali ma fragilità diffuse. Il deficit pubblico nell’area euro è sceso al 2,9% del PIL nel 2025 dal 3% del 2024, mentre nella media complessiva dell’Unione resta stabile al 3,1%. Tutti e dieci i Paesi in procedura per disavanzo eccessivo rimangono sopra la soglia critica, e si accende un nuovo faro sulla Bulgaria, il cui deficit è salito al 3,5%. I disavanzi più elevati si registrano in Romania, al 7,9%, e in Francia, al 5,1%.
Sul fronte politico, Nicosia ha ospitato giovedì e venerdì il Consiglio Europeo informale: al centro del dibattito la crisi energetica innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034. Meloni ha chiesto flessibilità di bilancio per arginare la crisi energetica e l’allentamento delle regole sugli aiuti di Stato, incontrando una risposta interlocutoria da parte di Bruxelles. I leader hanno incaricato i ministri delle Finanze di tornare a maggio con proposte concrete sulla crisi energetica, quando l’Ecofin si riunirà due volte, prima a Bruxelles e poi a Nicosia. Von der Leyen ha calcolato che dall’inizio del conflitto la spesa europea per i combustibili fossili importati è aumentata di oltre 25 miliardi di euro, rafforzando la tesi di chi insiste sull’urgenza di accelerare l’Unione dell’energia. A margine del vertice, le tre istituzioni europee hanno sottoscritto la roadmap per il mercato unico, con l’obiettivo di renderlo pienamente funzionante entro la fine del 2027.
Regno Unito. L’economia britannica accusa il colpo del conflitto in Medio Oriente con crescente nitidezza. L’inflazione è salita al 3,3% a marzo, spinta da un aumento dei prezzi dei carburanti dell’8,7% su base annua: è il primo segnale concreto della crisi energetica che si trasmette ai prezzi al consumo. Il mercato del lavoro, già sotto pressione per l’aumento delle tasse sui salari introdotte dal governo Labour, sta cedendo: a marzo i posti di lavoro nei ruolini paga sono diminuiti di 11.000 unità, un possibile segnale precoce della risposta delle imprese al deterioramento del quadro economico. Il FMI e l’OCSE hanno entrambi tagliato le previsioni di crescita per il 2026 di 0,5 punti percentuali — il taglio più ampio tra i Paesi avanzati — portando la stima OCSE ad appena +0,7% per l’anno in corso. La Resolution Foundation ha calcolato che, se i prezzi dell’energia dovessero mantenersi ai livelli recenti, le famiglie britanniche spenderebbero 11 miliardi di sterline in più per carburante ed energia nel 2026 rispetto agli inizi dell’anno.
Stati Uniti. La stagione delle trimestrali del primo trimestre 2026 continua con segnali incoraggianti, anche se il contesto resta carico di incertezze. Con circa il 28% delle società dell’S&P 500 che ha già riportato, l’88% ha superato le stime degli analisti — ben al di sopra della media quinquennale del 78% — con utili mediamente superiori del 10,8% alle attese. FactSet stima che la crescita degli utili per l’intero indice raggiunga il 13,2%, il che rappresenterebbe il sesto trimestre consecutivo di crescita a doppia cifra.
Sul fronte dei singoli titoli, Tesla ha aperto le danze tra i grandi nomi mercoledì: la società ha riportato ricavi di 22,4 miliardi di dollari, superiori alle stime di oltre un miliardo, con un EPS non-GAAP di 0,41 dollari contro il consensus di 0,33 e un margine lordo del 21,1% ben oltre le attese. I risultati dei quattro hyperscaler più attesi — Microsoft, Alphabet, Meta e Amazon — sono invece programmati per mercoledì 29 aprile.
Nel frattempo, la fiducia dei consumatori ha toccato nuovi minimi storici: l’indice definitivo dell’Università del Michigan per aprile si è attestato a 49,8, il livello più basso mai registrato, con le aspettative di inflazione a un anno balzate al 4,7% dal 3,8% di marzo, il maggiore incremento mensile da aprile 2025. Il calo è stato trasversale, indipendentemente dall’affiliazione politica, dalla fascia di reddito e dall’età degli intervistati.
Resto del mondo. Lo Stretto di Hormuz resta il principale nodo irrisolto della crisi geopolitica. La tregua tra Stati Uniti e Iran, entrata in vigore l’8 aprile, è stata prorogata da Trump su richiesta dei mediatori pakistani, ma il corridoio marittimo rimane sostanzialmente bloccato dalle mine iraniane, che secondo fonti militari americane Teheran non sarebbe in grado di rimuovere in tempi brevi. L’Arabia Saudita ha dichiarato di aver subito danni significativi alla propria capacità produttiva, il Qatar ha perso quasi un quinto della produzione di gas naturale liquefatto, e si stima che fino a 2,4 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione siano attualmente fuori servizio, pari a circa il 10% della produzione mondiale di petrolio.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha quantificato che il conflitto ha già causato la perdita di 120 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto per il periodo 2026-2030, circa il 15% delle forniture globali previste. Sul fronte diplomatico, Washington ha inviato emissari in Pakistan per colloqui con la controparte iraniana, mentre Trump ha annunciato la proroga di tre settimane del cessate il fuoco tra Israele e Libano, aprendo la strada a una possibile mediazione più ampia.





