Due indicatori istituzionali, pubblicati a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, offrono una lettura convergente sullo stato delle catene di fornitura globali.
Il Global Supply Chain Pressure Index (GSCPI) della Federal Reserve di New York ha registrato a maggio un valore di 1,77 deviazioni standard al di sopra della media storica, di poco inferiore al valore di aprile, ossia al livello più elevato da luglio 2022. Il balzo è netto: l’indice si trovava a 0,55 a febbraio — prima dell’inizio del conflitto — ed è poi salito a 0,68 a marzo e a 1,82 ad aprile, con un incremento di 1,3 punti in soli due mesi; ora, pur rallentando, si conferma ben al di sopra di 1,5.
Il quadro operativo emerge con ancora più chiarezza dal Logistics Managers’ Index di maggio 2026, pubblicato martedì scorso. L’indice complessivo si attesta a 69,5, seconda espansione più rapida da marzo 2022, ma la lettura che cattura l’attenzione è quella sui prezzi dei trasporti: 96,0, il valore più alto mai registrato da qualsiasi componente nei quasi dieci anni di storia dell’indice. La capacità di trasporto è in contrazione per il sesto mese consecutivo (31,7), i costi di inventario hanno raggiunto 84,1 — massimo dal maggio 2022 — e i costi logistici aggregati si collocano a 250,9, il livello più elevato da marzo 2022. L’LMI attribuisce esplicitamente queste dinamiche alla chiusura dello Stretto, segnalando che lo shock si trasmette in modo asimmetrico lungo la filiera: le imprese più piccole riportano prezzi dei trasporti a 98,2, quasi al tetto dell’indice, contro 93,3 per le grandi aziende.
Il rischio che pressioni così elevate sui costi si traducano in inflazione da offerta — storicamente più difficile da contrastare per le banche centrali — è ora al centro del dibattito tra Fed e BCE.
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